Dal Mondo Economico

 



Innovazione e
sistema produttivo italiano

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L'innovazione può considerarsi uno dei principali fattori di successo e di crescita di un'azienda. D'altra parte, la singola azienda ha bisogno di un ambiente che possa favorire le proprie politiche di innovazione. In Italia, purtroppo, il quadro dell'innovazione è prevalentemente caratterizzato da ritardo e, talvolta, declino, e sembra chiaro che è quanto mai urgente e indispensabile l'avvio di una terapia d'urto incentrata su pochi interventi selezionati, dagli impatti rapidi e immediati, basata su almeno tre filoni:

  1. ACCESSO AI CAPITALI
  2. TRASFERIMENTO TECNOLOGICO
  3. STRATEGIE SETTORIALI MIRATE

1) ACCESSO AI CAPITALI
Il tema dell'accesso ai capitali è tra i più sensibili nello sviluppo di strategie per l'innovazione. La natura fortemente bancarizzata del sistema economico italiano, le difficoltà delle stesse banche a valutare il rischio di credito nei settori tecnologicamente avanzati e una oggettiva carenza dei capitali di rischio disponibili sul mercato, sono fattori che costituiscono un freno strutturale all'accesso ai capitali necessari a far decollare l'innovazione tecnologica delle start-up e delle PMI. In quest'ottica il potenziamento del private equity e del venture capital quali strumento di sostegno allo sviluppo dell'innovazione (e alla crescita dimensionale) delle PMI appare essenziale soprattutto per quanto concerne i fondi venture capital, che destinano i propri capitali ai settori più innovativi e a maggior rischio.

Venture capital
L'esigenza è quella di abbassare la soglia di rischio e attirare capitali privati, sia nazionali che internazionali, selezionando gli investimenti secondo un mix di criteri che tenga conto di aspetti territoriali, settoriali e di dimensione d'impresa, così da aumentare le possibilità di sopravvivenza e le opportunità di crescita delle start-up nei comparti di maggior interesse per il Paese. Una possibile soluzione per l'Italia potrebbe consistere nella costituzione di un fondo dei fondi, gestito secondo criteri privatistici, in cui solo una parte delle risorse sia pubblica. Soluzioni analoghe (ad esempio il fondo Yozma in Israele) hanno dato buoni risultati, in quanto hanno funzionato da volano per promuovere un flusso significativo di investimenti in grado di creare valore, così da garantire un adeguato ritorno sul capitale in funzione del rischio assunto dall'investitore.

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Private equity
Più complesso, anche perché più ricco di implicazioni culturali date dall'apporto di nuove competenze, è il terreno del private equity, nel quale le spinte allo sviluppo e alla capitalizzazione dell'azienda si scontrano con la volontà dell'imprenditore di mantenere il controllo. Per orientare l'attività del private equity a sostegno dello sviluppo delle realtà imprenditoriali più innovative, appare necessario incrociare politiche e incentivi pubblici orizzontali (ammortizzatori sociali, politica della concorrenza, economie esterne generate dall'efficienza della PA e dal buon funzionamento della giustizia) e politiche verticali. Tra queste figurano la selettività della domanda pubblica negli ambiti settoriali che richiedono beni e servizi ad elevato contenuto tecnologico (sanità, difesa) e incentivi fiscali specifici per le imprese che si dotano di tecnologie di prodotto/processo innovative, dove l'innovatività venga certificata e garantita attraverso appositi protocolli (come ad esempio la certificazione dell'innovazione).

Sviluppo del capitale umano
Un'ulteriore area di intervento riguarda lo sviluppo del capitale umano. L'esame delle realtà internazionali vincenti (Irlanda, India, Malesia, Finlandia, Israele) evidenzia infatti il contributo sostanziale che la qualità (oltre che la quantità) del capitale umano è in grado di apportare alla crescita e alla competitività delle imprese. Si sottolinea che gli elementi comuni più importanti che emergono dalle realtà più avanzate fanno riferimento a:


immagine2) IL TRASFERIMENTO TECNOLOGICO
Il TT è l'elemento essenziale di raccordo tra domanda e offerta di innovazione, in quanto rappresenta il veicolo per la creazione e lo sviluppo dell'innovazione. L'Italia, pur disponendo di punti di eccellenza, come l'INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), di grande autorità internazionale nella ricerca sulle particelle, o l'ASI (Agenzia Spaziale Italiana) nella ricerca spaziale, sembra mancare di una capacità di management di un'attività complessa quale è appunto la Ricerca e Sviluppo. E' proprio a questa capacità che fa riferimento il processo di trasferimento tecnologico dai luoghi dove si fa ricerca alle imprese e viceversa. Le realtà di maggiore successo in questo campo, come l'Irlanda, i Paesi Scandinavi e Baltici, la Nuova Zelanda, mostrano che l'eccellenza nel trasferimento tecnologico richiede essenzialmente iniziativa, competenze e capacità organizzativa e manageriale. Sulla scorta di queste considerazioni appare evidente la necessità di accorciare la catena di diffusione dell'innovazione, puntando su un rapporto più diretto tra impresa e istituzioni di ricerca. Tra le possibili vie per raggiungere questo obiettivo si possono segnalare:

E' evidente come il successo di questi percorsi passi anche attraverso incentivi fiscali "evoluti", in grado di sollecitare comportamenti virtuosi sia sul fronte della domanda, sia dell'offerta di tecnologia. Rimane, d'altra parte, ineludibile il tema della semplificazione del complesso apparato formatosi per il TT, che rischia, in molti casi, di divenire una struttura autoreferenziale, poco adatta a accogliere le dinamiche della domanda e offerta di tecnologia.

3) LE STRATEGIE SETTORIALI MIRATE immagine

Gli interventi per favorire i processi di innovazione a livello sistemico e delle singole aziende possono assumere tre diverse inclinazioni:

I settori chiave
La strategia del sostegno mirato a settori "chiave" consegue da quanto ben noto: l'Italia è il Paese che ottiene la più elevata quota di valore aggiunto dai settori di livello tecnologico basso e medio basso, che sono peraltro anche quelli che presentano i livelli di intensità di R&S più bassi. Paesi come gli Stati Uniti e la Germania sono invece particolarmente presenti nei settori ad alta intensità di R&S.

Quindi, per fare dell'Italia un Paese propenso all'innovazione ad alta intensità tecnologica è necessario spronare le imprese dei settori high tech ad investire in modo molto più massiccio e significativo. In altre parole, un approccio sistemico all'innovazione dovrebbe in primo luogo selezionare i settori ad alta intensità di R&S e decidere di focalizzare le sue risorse e le sue capacità verso di questi evitando qualsiasi forma di dispersione.

Fino ad oggi l'Italia non ha mai fatto nessuna scelta precisa in quest'ottica, anzi si è assistito allo smantellamento di settori strategici come il nucleare, il farmaceutico e la chimica del polipropilene. Per il resto tutte le limitate risorse disponibili sono state distribuite e allocate in modo omogeneo a favore di tutti i settori del tessuto produttivo, senza distinzioni effettuate su basi di politica mirata. La strategia deve quindi focalizzarsi su pochi settori. E' lo sviluppo dei settori, infatti, che traina le tecnologie e queste a loro volta abilitano lo sviluppo. L'Italia deve dunque porsi degli obiettivi di leadership in alcuni settori o segmenti chiave del panorama economico globale.

Il made in Italy non moltiplica l'innovazione
Invece il percorso adottato è stato sempre orientato a favorire i comparti tipici del made in Italy, vale a dire il tessile, l'abbigliamento e le scarpe. Il settore moda, settore da presidiare ma in grado di sfruttare risorse autogenerate, importante per la dimensione dei numeri in campo, ma come tutti i settori tradizionali, a bassa intensità tecnologica, può migliorare la qualità marginale della vita ma non ha particolari effetti moltiplicatori.

Infatti, secondo una ricerca realizzata dalla società di consulenza Ambrosetti sull'innovazione tecnologica come motore di crescita e sviluppo del Paese, microelettronica, spazio, difesa e sicurezza pesano a livello globale per l'1,7% del PIL mondiale, ma gli effetti dell'innovazione tecnologica generata al loro interno "influenzano" positivamente oltre il 50% del PIL mondiale. Di converso, i settori del tessile-abbigliamento e alimentare incidono per più dell'11,5% del PIL mondiale, ma generano poca innovazione che influenzi positivamente altri settori. Lo studio Ambrosetti individua 4 settori primari sui quali puntare l'attenzione e gli sforzi: energia, salute, difesa e sicurezza, spazio. A questi viene poi aggiunto un settore intermedio o di collegamento: la microelettronica.

Il fattore dimensionale
Un'altra chiave di lettura per quanto concerne i criteri a monte in termini di politiche selettive per l'innovazione può essere il fattore dimensionale. L'economia italiana è composta in larga parte da poche grandi imprese e da una moltitudine di piccole o piccolissime aziende. La dimensione è tuttavia uno dei principali driver dell'innovazione. Da più parti giunge la conferma di questa tesi, che per molti anni nel nostro Paese è stata vista con una certa diffidenza in quanto fortemente in contrasto con il famoso slogan "piccolo è bello".

Un problema di governance
In verità, il nanismo è in primo luogo strettamente dipendente dalla struttura di capitale e, di conseguenza di governance, delle aziende italiane nelle quali prevale il controllo familiare. Il controllo familiare di un'impresa ha precise implicazioni negative sia in termini di trasparenza nella governance, sia in termini di accesso alle forme di finanziamento e alla loro tipologia. In particolare ciò si evidenzia in tre fenomeni:

a) Con riferimento al governo dell'impresa, la prima vera limitazione si può individuare nella spasmodica ricerca del controllo assoluto del capitale, che porta a non aprire la proprietà, nemmeno minoritaria, a terzi fuori dalla compagine familiare. Ciò limita fortemente la motivazione alla crescita e inibisce il salto dimensionale dell'impresa familiare, con evidenti conseguenze sulla capacità di sviluppare e applicare in azienda l'innovazione scientifico tecnologica.
b) La seconda limitazione è nella selezione del management su base familiare-dinastica che risulta solo di rado adeguata a gestire la crescita aziendale e comunque a governare un'entità complessa qual è oggi l'impresa. immagine
c) Il terzo tema, e forse il più delicato, è ancora di carattere finanziario: uno degli aspetti più critici del sistema delle Pmi italiane è per l'appunto rappresentato dal fatto che, essendo in larga maggioranza ad azionariato familiare, il livello inadeguato di capitalizzazione comporta una forte prevalenza del debito bancario. In assenza di un'adeguata patrimonializzazione, i finanziamenti bancari non servono a finanziare investimenti, ma solo il circolante: consentono solo la gestione della normale operatività quotidiana, ma non certo progetti di R&S o anche di innovazione di processo o prodotto.

L'alternativa a tutto questo, ovviamente, ci sarebbe: aprire l'azienda ad altri soci, a investitori istituzionali o quotarla in borsa, tema di elevata complessità che si vuole qui solo accennare. In merito il Governatore della Banca d'Italia ha dichiarato che "il modesto sviluppo della produttività è da riconnettere, in misura non secondaria, alla frammentazione del nostro tessuto produttivo" e inoltre "una nuova fase di sviluppo richiede un riassetto dell'apparato produttivo e un aumento della dimensione delle imprese".

 

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