La parola a ...
2007: quali dinamiche economiche?
Intervista a John Caverley, capo economista di American Express Bank
Le tensioni sul petrolio, la corsa del settore immobiliare e le problematiche macro-economiche legate al contenimento dell'inflazione e al sostegno della crescita, sono state le dominanti dei mercati finanziari nel corso del 2006.
Il 2007 si presenta con alcune importanti incognite che pesano in modo specifico sul settore petrolifero e sulle dinamiche di crescita di Europa, America e Italia. Soprattutto il nostro Paese potrebbe subire un ritardo, in termini di crescita più lenta rispetto agli altri Paesi Europei. 
Come si muoveranno in questo scenario i grandi investitori? Cosa devono fare i risparmiatori per investire in modo sicuro e redditizio? La risposta a questi interrogativi è stata data da John Caverley, capo economista di American Express Bank, che ha recentemente offerto il proprio punto di vista in un'intervista al magazine L'Espresso (11 gennaio 2007, servizio di Maurizio Maggi).
Di seguito proponiamo l'intervento in questione.
D. Dove dovrebbero investire quest'anno i risparmiatori europei?
R. Vedo molto bene la borsa di Tokyo. Le società giapponesi sono in salute, i loro profitti in crescita. A me piacciano parecchio anche altre piazze finanziarie asiatiche, a cominciare da Taiwan. La ragione? Banale, ma da non trascurare affatto: è rimasta piuttosto indietro e le sue azioni sono da considerare a buon mercato. Per Thailandia e Singapore vale lo stesso discorso. In India, invece, le quotazioni sono molto alte e la Borsa cinese, a essere sincero, non mi ha mai convinto: anche se l'economia cresce a ritmi incalzanti, il mercato azionario è ancora troppo condizionato dalle decisioni della politica
D. E tra Stati Uniti ed Europa, chi preferire?
R. Usando il linguaggio dei gestori di patrimoni, direi di stare neutrali sull'Europa e di sottopesare le Borse Americane.
D. Nel dicembre 2005, Lei aveva pronosticato, per il 2006, una crescita dell'economia italiana inferiore a quella dei partner europei. Ha avuto ragione. Cosa prevede per il 2007?
R. Due anni fa la situazione economica italiana era veramente debole e molto preoccupante. Le cose sono un po' migliorate, ma l'Italia ha alcuni problemi strutturali che le impediranno anche nel 2007 di marciare a passo spedito. E infatti io ritengo che la crescita del prodotto interno lordo si fermerà all'1,4%.
D. Quali sono i problemi strutturali che mettono il piombo nelle ali dell'Azienda Italia?
R. La spesa pubblica troppo elevata, la scarsa competitività dimostrata negli anni recenti nel commercio internazionale, il rapporto tra deficit e PIL superiore al 3%. Sono nodi molto difficili da sciogliere. Per riuscirci potrebbero essere necessari molti anni. Ma fino a che non saranno risolti questi problemi la crescita italiana è destinata a restare bassa.
D. Ma l'Italia può recuperare competitività?
R. È molto difficile cambiare. A questo proposito è interessante confrontare la Germania con l'Italia. Quando nacque l'euro, si diceva che il marco fosse troppo forte. Adesso la Germania è più competitiva. La lira confluì nell'euro a un livello ritenuto ragionevole, eppure l'Italia ha perso concorrenzialità. Una dinamica più lenta dei salari potrebbe aiutare a rendere l'Italia più competitiva rispetto a nazioni che hanno una crescita economica più rapida.
D. Quindi lei pensa che nel 2007 l'Italia sarà tra i fanalini di coda dell'Europa?
R. Temo di sì. Il drastico calo dei tassi d'interesse, in Italia, ha creato una sorta di boom economico che a sua volta ha determinato quella crescita dei salari che ha contribuito a ridurre la competitività del Paese.
D. A cinque anni di distanza, ritiene che l'Italia abbia fatto bene a entrare nell'euro?
R. È stata sicuramente una cosa positiva. Però l'Italia avrebbe dovuto perseguire due obiettivi: ridurre il debito pubblico e diventare più competitiva, attraverso riforme che consentissero una migliore espressione delle forze economiche e aumentassero la produttività.
D. Due scommesse fallite?
R. Le opportunità ci sono ancora. Certo, si è persa una grande occasione, perché per entrare nell'euro c'era una grande pressione. Ma dopo l'ingresso dell'Italia questa emergenza sembra non essere più sentita.

