LA PAROLA A ...
In collaborazione con EUROFINANZASintesi dell'articolo di Carlo Baffi
Flavio Briatore: consigli ai giovani
“Quella di Flavio Briatore è la storia più unica che rara di un geometra che diventa campione del mondo di F1”. Sono queste le parole con cui Pino Allievi apre il capitolo dedicato al manager piemontese in Benetton Formula 1, il libro dedicato alla storia della scuderia. Il successo di Briatore è andato oltre il paddock, al punto da farlo diventare un’icona vincente dell’imprenditoria.
Approdato in F1 grazie al suo rapporto lavorativo con Luciano Benetton, ha conquistato sette titoli mondiali in meno di vent’anni. All’interno del Circus è divenuto ben presto un personaggio noto per la sua schiettezza e l’ironia delle sue dichiarazioni, con cui provoca e al tempo stesso diverte, uscendo un po’ dagli schemi della F1 degli anni Novanta, ancora troppo ingessata.
Ma quali consigli può offrire ai giovani imprenditori?
Tutti la considerano una persona molto realizzata. Che cosa consiglierebbe a un giovane intenzionato a costruirsi una carriera?
A mio parere, la creatività è fondamentale. La cosa migliore è ritagliarsi una nicchia, puntando sulle professioni che non possono essere clonate. Magari andando all’estero, perché in Italia la strada non è certo facile per un giovane. Purtroppo qui ti chiedono subito quanti anni di esperienza hai, anche se sei all’inizio. Quindi un giovane parte sempre svantaggiato. Inoltre ritengo che l’Italia sia un paese vecchio. Se vent’anni fa poteva considerarsi all’avanguardia, oggi fatica a progredire.
Per quale motivo, l’Italia si trova in questa situazione?
Penso che tutto cominci dalla politica, che la politica sia un grosso tappo. Rispetto agli altri paesi europei, abbiamo politici vecchi. Aznar va in pensione a 45 anni, Blair a 55, noi invece abbiamo ancora i settantenni; e sono sempre i soliti.
Questo grazie anche a un sistema elettorale dove chi ci rappresenta non è eletto dai cittadini e in più c’è il premio di maggioranza, un’altra assurdità. I politici dovrebbero accorgersi dei problemi della gente, ma non a pochi mesi dalle
elezioni. Occorre guardare avanti, con programmi a lungo termine, individuando le priorità da affrontare, soprattutto in campo economico. Inoltre la politica si ingerisce troppo nell’economia e nella borsa.
Lei quindi considera l’Italia una nave alla deriva?
È difficile essere ottimisti. Se il paese tiene, è grazie alla gente che lavora. Ci sono ancora tante piccole aziende che si danno da fare, e che costituiscono un tessuto importante. Andiamo avanti anche grazie ai risparmi accumulati dalle generazioni passate, però prima o poi finiranno. E se mancano programmi validi, se il paese non viene gestito in modo adeguato, la situazione diventa critica, anche perché al momento attuale non vedo nessuno con le capacità e il senso della prospettiva necessari. Anche l’industria sarebbe da rifondare. Dobbiamo renderci conto che fra una decina d’anni non saremo più in grado di reggere la concorrenza di paesi come la Cina, o l’India.
Quale sarebbe la soluzione?
R. Puntare su settori non clonabili, come per esempio il turismo; sulla nostra posizione geografica, che grazie al cielo i politici non possono cambiare. E quando parlo di turismo, mi riferisco a musei, porti, cultura e prodotti tipici dell’Italia. I settori in grado di dare un certo valore aggiunto, come la moda o l’alta cucina. Ma per investire sul turismo dobbiamo avere aerei, ferrovie e autostrade che funzionino. Invece guardi come siamo messi… È possibile che l’Italia non abbia un volo per Hong Kong o Singapore, che sono i paesi del futuro?
Quali sono le qualità per essere un manager di successo?
Innanzitutto un manager deve creare redditività all’azienda per cui lavora, rispondendo personalmente dei risultati ottenuti. Come è giusto che a un manager spettino bonus e premi corrispettivi al valore aggiunto portato all’azienda e agli azionisti, lo sarebbe altrettanto introdurre i …malus. Da applicare a chi ha gestito male. Penso che sia criminale mandare in perdita un’azienda, perché alla fine si penalizza l’operaio che lavora otto ore al giorno e si ritrova il problema di come pagare l’affitto e mantenere i figli che vanno a scuola. Anche in questo caso bisogna porsi una domanda: è possibile che il figlio dell’operaio debba continuare a fare l’operaio, mentre il figlio del notaio prosegue la professione del padre? Pare quasi che l’Italia sia composta da gruppi sociali distinti. Altra dimostrazione che per i giovani mancano le opportunità. Non siamo moderni.

