Osservatorio Assiteca


I settori italiani in sintesi


In collaborazione con Espansione
A cura di Giovanni Centola

Abbigliamento neonati e ragazzi

barometroIl settore dell'abbigliamento rivolto agli under 12 ha permesso all'industria italiana di fatturare nel 2005 quasi 2,5 milioni di euro, in sostanziale parità rispetto all'esercizio precedente, come riportano le stime Smi-Ati (Federazione Imprese Tessili e Moda Italiane), su dati Istat e SitaRicerca.

Si è trattato solo in apparenza di una performance incolore, perché più di un indizio suggerisce che, a parità di giro d'affari, la marginalità dei produttori, in quello che si può considerare uno dei segmenti più dinamici dell'abbigliamento, abbia registrato qualche progresso.

+2,5%

Crescita dei consumi
nazionali nel 2005

Nel 2005 sia l'export (+1,4%) sia il mercato interno (+2,5% nella valorizzazione al consumo) hanno mostrato segni di tenuta. A dispetto di tassi di natalità sempre fiacchi, i consumi nazionali infatti lievitano. L'export, in particolare, è oramai concentrato nelle fasce di prezzo a partire dalla medio-alta, di solito più redditizie. In molti sono pronti a sostenere che sono un po' tutti i prodotti rivolti al pubblico degli "junior" a rivelarsi sempre tonici, e questo, come rileva in particolare Smi-Ati, "a testimonianza di come le famiglie italiane siano disposte a ridefinire le quote di spesa, pur di non intaccare le risorse destinate alla cura dei figli ". In altre parole, si potrebbe dire che i pargoli sono coccolati e forse anche un po' viziati.

+1,7%


Crescita media dei prezzi retail

In realtà, al di là della quantità di capi acquistati, il mercato dell'abbigliamento si sta sempre più polarizzando tra alto e basso di gamma, togliendo importanza relativa alle fasce di prezzo mediane. Questo si traduce, dal punto di vista dell'offerta, in una bipartizione specialistica dei produttori a seconda delle aree geografiche di operatività: da una parte ci sono prevalentemente quelli italiani, che tendono a realizzare margini superiori, e dall'altra quelli dei Paesi low cost, che invece si danno battaglia sui prezzi. In tal senso il made in Italy non sembra avere assolutamente sofferto della crescita dell'8% delle importazioni l'anno scorso. Da sottolineare come i prodotti "alti" e "bassi" tendano a non incontrarsi, e quindi a non farsi concorrenza, neanche all'interno dei punti vendita. La netta differenziazione del mix porta così i prodotti con posizionamento più elevato quasi solo nel dettaglio indipendente di fascia alta e nelle migliori insegne del franchising, lasciando ai prodotti di fascia bassa il monopolio degli ambulanti e una buona fetta della grande distribuzione organizzata. Il fenomeno di polarizzazione dei consumi ha peraltro trovato nel 2005 coerente conferma sia nel particolare fermento del retail alto di gamma sia nella crescita del sell-out nella gdo. Non solo, l'unica tipologia distributiva che è contemporaneamente arretrata è stata quella dei negozi indipendenti di fascia media.

Per l'anno in corso è prevista una sostanziale continuità delle enunciate dinamiche competitive e di mercato, ragione per la quale anche il 2006 dovrebbe dare alle aziende del made in Italy una conferma della bontà delle tendenze in atto, nonostante tutte le difficoltà che coinvolgono nella sua generalità il macrosettore dell'abbigliamento.


IL MERCATO

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