Dal Mondo Economico
L'opinione
A cura di Rodolfo Visser e Roberto de Franceschi , partners di GlobalIntel, network di Business Intelligence specializzato in geoeconomia e geopolitica www.globalintel.ch
Speciale Energia: Datemi qualcosa da bruciare e farò girare il mondo
Prometeo "illo tempore" fece dono del fuoco agli uomini, Archimede chiese un punto di appoggio per far girare il mondo. I novelli "eroi" del terzo millennio debbono bruciare qualcosa per far girare il nostro mondo.
Cosa si possa bruciare e quanto costa sono le variabili economiche legate alla crescente domanda di energia. Qui si fermano i sacri testi dei Master e si scopre che, oggi, i beni primari non sono più solo quelli classici. Non più "food & shelter", ma trasporti, "information & communication technology (ICT)", riscaldamento e raffreddamento, tutti bisogni che esigono sempre maggiori quantità di energia.
Il controllo delle fonti energetiche è completamente fuori dalla portata della stragrande maggioranza del "management" italiano, che si limita "a subire la bolletta" come il contadino subisce la grandine.
La politica energetica richiede scelte coraggiose di lungo respiro spesso in conflitto con gli umori degli elettori, come spesso accade quando si perseguono benefici poco sentiti, lontani nel tempo e in palese contrasto con le espressioni della piazza. In questo modo si sono ipocritamente chiuse le centrali nucleari nazionali mentre si importa allegramente energia nucleare dai paesi limitrofi, come se questi fossero su un altro pianeta e quindi, un eventuale incidente, non avesse un impatto analogo a quello che si verificherebbe se fossero sul nostro territorio. In Europa, la Francia esporta felicemente verso l'Italia quella energia di origine nucleare che noi abbiamo bandito e demonizzato. l'Inghilterra é sostanzialmente autonoma. La Germania e la Spagna sono correttamente dimensionate e noi, noi italiani, ci limitiamo a subire gli eventi limitandoci a sterili contestazioni che fioriscono a ogni incremento dei prezzi, con accuse generiche rivolte con asprezza variabile ai governanti o agli industriali di turno sui quali, ovviamente, ricadono tutte le colpe. Governanti e industriali sono parimenti responsabili della situazione. Le aziende, infatti, sono sempre più dominate da priorità contabili, e considerano futili le visioni, le "mission" d'impresa a lungo termine. Importa solo il rendiconto trimestrale, ai progetti di medio lungo termine si dedicano molte parole e pochi fatti.
Il tema energetico spiazza i luoghi comuni i "mantra burosaurici" della legge di Parkinson: "dato un problema, per risorverlo ci vogliono più uomini e più mezzi", non sono più applicabili, le soluzioni imperniate sulle sinergie, quelle misteriose e inafferrabili promesse del moderno management, non sono ipotizzabili. Il trasferimento secco del maggior costo energetico sul prezzo finale del prodotto si scontra con la "piazza del villaggio globale" creata dal libero scambio, dove tutti i metodi sono buoni, dalle rilocazioni, tese a ridurre i costi delle risorse, umane agli investimenti per impianti più efficienti, per poter battere il concorrente sul prezzo finale.
In questo quadro, all'Italia resta solo l'approvvigionamento di petrolio e di gas metano dall'estero, ma appare del tutto palese che il ritmo di estrazione mondiale del petrolio si stia avvicinando alle sue quote limite, molto vicine al massimo teorico della quantità estraibile con le strutture esistenti.
I giacimenti ci sono ed abbondanti, poche invece le prospezioni, pochissime le coltivazioni di nuovi campi e la costruzione di altri impianti di raffinazione. Cina, India ed altri addendi dell'estremo oriente, hanno aggiunto circa tre miliardi di pretendenti di beni primari di seconda generazione, quindi di energia. La nuova domanda ha sbilanciato un sonnolento "status quo" abituato a nutrire le esigenze e i capricci di settecento milioni di abitanti dei paesi industrializzati occidentali. L'aumento del prezzo del petrolio, da molti superficialmente imputato alle solite bieche speculazioni, si è dimostrato un semplice adeguamento strutturale alla maggior domanda.
Maggior domanda, maggior prezzo, uguale rilancio di tutte le alternative economicamente compatibili. La domanda finale riguarda energia meccanica ed elettrica, le sole che sappiamo sfruttare direttamente. Poco importa cosa brucia un motore, conta che la merce arrivi a destinazione. Poco importa cosa succede dietro alla presa di corrente, conta che gli alimenti nel freezer restino a meno venti gradi centigradi e che lampadina, condizionatore e computer si accendano. Tuttavia, resta una costante, l'energia termica, per ora, è l'energia madre, tanto è vero che si misurano i consumi energetici mondiali in TEP, cioè in tonnellate equivalenti di petrolio. In mancanza della bacchetta magica o di futuribili invenzioni, tutti hanno cercato soluzioni rapide, immediatamente disponibili ed economicamente compatibili pur di avere certezza di fornitura.
Gli interessi apparentemente contrastanti fra produttori o compratori convergono sulla ricerca del prezzo di equilibrio. Ai paesi produttori non interessa strangolare i compratori. Le recessioni comportano riduzioni poderose dei consumi e quindi delle vendite, come più sotto illustrato.
L'Arabia Saudita, il maggior produttore mondiale, fornisce le sue statistiche, qui sotto sintetizzate in un diagramma di immediata comprensione (fonte: Aramco).

Il ministro del petrolio saudita Ali Naimi e il suo vicepresidente esecutivo Khalid al-Falih hanno ribadito l'impegno del regno a potenziare le capacità di output fino a 15 milioni di barili al giorno se il mercato lo richiedesse, per mantenere la stabilità dei prezzi ed evitare recessioni planetarie. La promessa è sostenuta da fatti concreti quali ad esempio lo sviluppo del progetto "Qatif", affidato in larga misura alla Snamprogetti. Progetto destinato soprattutto a supplire il decadimento produttivo naturale con l'andare del tempo dei pozzi attivi (depletion). Altra evidenza, fotografata sinotticamente dal grafico è la correlazione stretta fra domanda di petrolio e cicli economici. La storica recessione degli anni 1984/1987, culminata nel crack di Wall Street del 19 ottobre 1987, dimezzò il consumo di petrolio, mentre la ripresa economica mondiale in corso, degli anni tra il 2002 ed il 2006, ha già triplicato la quantità di olio venduto.
La Cina, che si avvia a essere in brevissimo tempo il maggior consumatore mondiale di energia, per sostenere il suo vertiginoso ritmo di sviluppo, ha agito con determinazione, scavando carbone "ventisei ore al giorno", del tutto incurante dell'incremento esponenziale delle vittime umane nelle sue miniere e creando un bacino artificiale di 635 chilometri , spostando insediamenti e popolazione con lo stesso spirito della lunga marcia di Mao. L'ulteriore aggressività sul mercato della CNOC (Cina National Oil Company) dimostra che la "fame energetica" cinese è ben lungi dall'essere soddisfatta.
L'India, pur avendo notevoli giacimenti, ha consolidato la collaborazione con gli USA per le tecnologie nucleari e la ricerca del loro sfruttamento civile.
Insieme al Pakistan, inoltre, sta completando la progettazione della "pipeline" che congiungerà i ricchissimi campi iraniani di gas e petrolio alla sua rete nazionale di distribuzione, sfruttando anche leve politico religiose che spingono l'Iran a preferire gli indiani e i pakistani ai clienti occidentali.
Gli USA che hanno rinforzato la presa sul golfo del Messico e migliorato lo storico legame di ferro con la casa regnante Saudita, stanno anche aumentando la portata del gasdotto dall'Alaska, hanno iniziato a realizzare i progetti di sfruttamento delle sabbie canadesi e lanciato una campagna nazionale per incoraggiare l'utilizzo delle fonti alternative a base di etanolo e biodiesel.
La precarietà della produzione italiana di energia è emersa con la massima chiarezza nell'estate del 2003: è bastato qualche grado in più sopra media e una massiccia corsa ai condizionatori per mettere in crisi la rete nazionale di distribuzione elettrica. In modo duale sono bastati 5 gradi in meno nell'inverno del 2005 per scoprire che i rifornimenti e le riserve di combustibile non sono adeguati. Infine un albero caduto su un traliccio dell'elettrodotto Svizzera - Italia ha provocato un black out di mezza giornata. Il tema è universalmente chiaro e scandito dalle molte industrie che richiedono, ma non ricevono, aumenti della potenza installata. Inutile parlare sempre e solo di deficit e di contenimento della spesa o di mitiche lotte all'evasione. È molto virtuoso spendere meno, ma bisogna anche guadagnare di più. Le riprese economiche si agganciano anche e soprattutto con l'aumento della produzione, che richiede abbondante disponibilità d'energia.
Il tema italiano, per cambiare, non è una insormontabile questione di mancanza di uomini e di mezzi cui dovrà pensare uno Stato infinitamente ricco e generoso. Uomini e mezzi ci sono, tanto è vero che l'Enel è costretta a fare all'estero quel che non può fare in casa propria. Compra centrali nucleari in Slovacchia e prepara "joint venture" per impianti nucleari con i francesi. L'Eni coltiva campi egiziani e realizza in Egitto quegli stessi impianti di rigasificazione che non può fare in patria. Così facendo si spostano risorse, capitali e lavoro all'estero e si allungano le linee di distribuzione del nostro paese.
Ci sono altre strade? Certo. Si può favorire il decentramento produttivo invertendo la situazione di concentrazione in grandi centrali e trasporto in grandi elettrodotti. La diffusione di mini-impianti di cogenerazione, che sfruttano e non buttano l'energia termica residua, potrebbero drasticamente ridurre il fabbisogno totale di combustibile in tempi discreti (2-5 anni) con positive ricadute microeconomiche sui bilanci aziendali e macroeconomiche sulla bilancia commerciale nazionale. Anche qui il percorso non è tanto agevole. Basti considerare che, pur avendo caldaie per il riscaldamento invernale, nessun condominio sfrutta i fumi di scarico dei bruciatori adottando impianti centralizzati di acqua calda. Neanche parlare di macchine termiche più complesse di recupero dei fumi di caldaia, in grado di produrre sia acqua calda che acqua fredda secondo la stagione, facendo un primo passo verso la climatizzazione dell'intero stabile. Perché restare tutti avvinghiati allo scaldabagno e al condizionatore personale, in un'orgia di spreco e di vergognose inefficienze?
Ma nell'immediato? C'è ancora qualcosa d'altro disponibile? Al di là dell'ovvia compravendita a termine dei contratti di petrolio sui mercati futuri, che richiedono l'attivazione di un minimo di strutture interne, i grafici sottostanti mostrano la correlazione fra il cambio dollaro canadese/ dollaro americano e il prezzo del petrolio e fra il cambio del dollaro canadese e lo yen giapponese al variare del prezzo del petrolio. Quindi anche le operazioni in cambi a termine, erano possibili e facilmente gestibili col sistema bancario abituale.
In conclusione, come sempre, i movimenti macroeconomici non sono fulmini di Giove cui non è dato reagire. Non si tratta "des actes de Dieu", non c'è obbligo di supina rassegnazione e protesta secondo il vecchi adagio: "Piove! governo ladro". Al contrario c'erano modi, metodi e mercati che avrebbero almeno sterilizzato la bolletta petrolifera e le sue conseguenze. Lo speculatore non è necessariamente "bieco", più spesso è un uomo intelligente, lungimirante, attento e capace che agisce di sua testa e paga di sua tasca.
I diagrammi sottostanti dimostrano che esistevano correlazioni logiche e praticabili anche per volumi operativi di grande dimensione, in grado di fornire difese attive. Siamo stati invece seduti come Don Ferrante che morì di peste maledicendo le stelle o perdendoci in girotondi e scontri ideologici sui massimi sistemi, come i polli di Renzo Tramaglino che si beccavano mentre andavano a morire.
È troppo tardi? È tutto finito? La solita saggezza a posteriori? Forse, ma non è detto. Gli americani hanno inghiottito e pressoché digerito un aumento dai 22 $ ai 72 $ al barile - più che triplicato. Noi europei, finora, grazie all'apprezzamento dell'Euro da 0.84$ ad 1.28$ abbiamo subito un impatto ridotto da 26 € a 56 €, ma se cambia il vento e il dollaro ritorna sui suoi passi, la nostra già asfittica crescita sarebbe strangolata da ulteriori rincari energetici non più dovuti direttamente al mercato del grezzo tout court, ma alla inversione delle tendenze del cambio dollaro euro.
Pochi i cambiamenti strutturali effettuati, pochissime e rarissime le neutralizzazioni via speculazioni, sui mercati correlati. Restiamo pur seduti e immobili, tutto sommato anche gli struzzi vivono. Vero, però non prosperano e talvolta finiscono in padella.

