Dal Mondo Economico
In collaborazione con Espansione
Sintesi tratta dagli articoli di Cristina Forghieri Speciale Energia: Italia in ritardo
Il nostro Paese é in ritardo nello sviluppo delle fonti rinnovabili. Entro il 2010 l'Europa dovrebbe coprire il 22% del consumo interno lordo. L'Italia oggi è ancora all'8%. Mancano investimenti ma soprattutto esperienze e competenze degli operatori tradizionali anche se gli incentivi non scarseggiano.
Anche se le variabili del mercato si possono tenere sotto controllo, il rifornimento e la produzione energetica nel nostro Paese devono puntare su una reale diversificazione delle fonti, su un maggiore sviluppo delle tecnologie rinnovabili e una vera apertura ai mercati. Nel rispetto delle decisioni Comunitarie e della collettività.
Per l'economia europea e italiana, il 2005 e i primi sei mesi del 2006 sono stati alla voce energia due anni negativi. Ai prezzi petroliferi sempre più cari - con medie nell'anno in corso attestate sui 70 dollari al barile e punte che hanno sfiorato gli 80 durante la crisi tra Israele e Libano - si è aggiunta lo scorso inverno l'emergenza gas che ha evidenziato insieme ai rischi geopolitici dei Paesi produttori anche le carenze nella capacità di trasporto: un mix che si è ripercosso su prezzi già al rialzo.
Per l'Italia la bolletta è stata particolarmente salata, dato che siamo il Paese europeo maggiormente dipendente dalle importazioni di idrocarburi. Se nella generazione elettrica, infatti, c'è stato un progressivo e positivo abbandono degli olii combustibili (-24% nel 2005 sull'anno precedente), ciò è avvenuto a favore del gas (+15%) con la riconversione dei precedenti impianti e la costruzione di nuove centrali a ciclo combinato. Il che, stante l'attuale scenario, non ha risolto i problemi del sistema energetico nazionale, anche per il protrarsi dei tempi nel potenziamento delle strutture di approvvigionamento e stoccaggio. A questi vanno sommati i ritardi nello sviluppo delle fonti rinnovabili, che rappresentano un capitolo importante del Piano energetico europeo. A esse l'Unione ha affidato già nel 2001 un duplice ruolo strategico: quello di conseguire, insieme all'efficienza energetica, i target ambientali fissati dal protocollo di Kyoto e quello di rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, fronte che come abbiamo visto sta diventando sempre più critico. L'obiettivo fissato dalla direttiva di coprire entro il 2010 con le fonti rinnovabili il 22% del consumo interno lordo, non sarà probabilmente raggiunto visto il divario da colmare con la percentuale del 16% registrata nel 2005, caratterizzata per di più da differenze significative da nazione a nazione: basti pensare che in Danimarca la sola produzione eolica soddisfaceva alla stessa data il 20% della domanda; seguivano sempre per l'eolico la Germania con il 6% e la Spagna con il 4%.
LE FONTI RINNOVABILI IN ITALIA
Nella graduatoria l'Italia è tra i fanalini di coda: la percentuale di copertura della domanda da parte non del solo eolico ma di tutto l'insieme delle fonti rinnovabili è intorno all'8%, quindi per il nostro Paese sarà molto difficile recuperare in soli quattro anni la distanza che ci separa dai valori indicati dalla direttiva del 2001.
Le cause che hanno frenato nel nostro Paese lo sviluppo delle fonti rinnovabili sono state analizzate da un rapporto dell'Enea, pubblicato a fine 2005, che ha evidenziato una serie di punti critici:
1. Le tecnologie rinnovabili - con taglie di impianto piccole, distribuite sul territorio e integrate nel tessuto sociale - sono estranee all'esperienza e alle competenze degli operatori tradizionali del settore.
2. Gli investimenti sono elevati se si considera il solo ritorno economico e non anche quello ambientale e sociale e redditizi solamente nel lungo periodo, quindi con scarso appeal per gli investitori privati che puntano a minimizzare i rischi del capitale investito.
3. Una parte delle fonti rinnovabili richiede l'impiego di tecnologie relativamente nuove, che pongono una serie di problemi (dagli investimenti in ricerca e sviluppo all'integrazione su larga scala della generazione distribuita).
4. Le carenze dei programmi di incentivazione portati avanti fino a ieri : il loro principale difetto è stato quello di rimanere nel vago e quindi di non offrire certezze agli operatori e al sistema finanziario su variabili di non poco conto come la quantità di energia prodotta, i costi e i relativi meccanismi di adeguamento delle tariffe, le prospettive di lungo periodo.
E' inoltre difficile quantificare la domanda di "certificati verdi", che in sostituzione dei precedenti CIP6 impongono la produzione del 2 % di energia rinnovabile, dato che siamo l'unico Paese in Europa ad aver imposto l'obbligo sulla produzione e non sul consumo (come in Svezia) o sulla vendita (come in Gran Bretagna). Più che i certificati verdi sembrano poi essere preferibili altri meccanismi, adottati da quei Paesi dove le fonti rinnovabili si sono sviluppate maggiormente (Germania, Danimarca e Spagna) e basati su tariffe stabilite dal regolatore e differenziate per tecnologia utilizzata.
Va detto però che, se anche il contributo delle rinnovabili alla produzione elettrica continua a essere percentualmente modesto, in valori assoluti la crescita avvenuta nel corso degli ultimi anni è invece significativa.
I dati del rapporto 2006 dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas, a fronte di una diminuzione della produzione idroelettrica (-16%) evidenziano una crescita della produzione eolica (15%) e della produzione da biomasse e rifiuti (8,4%). Sul totale dell'energia prodotta da fonti rinnovabili, dopo il primo posto dell'idroelettrico (72,5%) seguono le biomasse e i rifiuti (12,3%), il geotermico (10,7%), l'eolico (4,3%) e con una percentuale del tutto irrilevante, di poco superiore allo zero, il fotovoltaico. Quest'ultimo, grazie ai nuovi incentivi previsti dal programma "conto energia" del luglio 2005, potrebbe crescere e vede impegnati nella ricerca avanzata i più importanti gruppi nazionali (da Finmeccanica a Eni, da Pirelli insieme ad Enea a Fiat). Sul fronte dei produttori i primi sei gruppi nazionali (Enel, Edison, Eni, Endesa, Edipower e Tirreno Power) controllano poco più del 64% del mercato rinnovabile. Enel detiene la totalità della generazione geotermica e il 51% di quella idroelettrica.
LE TECNOLOGIE, I PRODUTTORI E LE PROSPETTIVE
La lenta crescita delle fonti rinnovabili nel nostro Paese si accompagna all'assenza di un'industria italiana del settore capace di competere in modo significativo sul mercato mondiale dei produttori di tecnologie rinnovabili.
In Italia il primo produttore è Enitecnologie, che nel 2004 ha incorporato Eurosolare e Helios Technology e produce moduli fotovoltaici e wafer di silicio attraverso una joint venture con i cinesi.
Cinesi che sono in testa nel solare termico, con oltre mille aziende produttrici e il 78% dei collettori installati nel mondo.
In Europa i principali produttori di solare termico sono austriaci e greci. Il mercato delle turbine per il mini idroelettrico è controllato da tre grandi aziende, una tedesca e due francesi. In Italia sono presenti solo alcune piccole e medie aziende che collaborano con i grandi gruppi internazionali.
Più difficile la stima delle bio-masse, che prende dal territorio la materia prima; gli operatori italiani per quanto riguarda gli impianti di maggiori dimensioni sono in genere società di ingegneria e impian tistica che assemblano parti prodotte da fornitori specializzati. Nel bio-gas, la classifica dei leader è occupata da Svizzera e Francia.
Insomma l'Italia ha perso l'occasione per far decollare insieme alla domanda interna lo sviluppo di un'industria nazionale e la preoccupazione è che il nostro Paese finisca per essere tagliato fuori, in assenza di politiche mirate, da comparti per i quali le previsioni sono di forte crescita. Si tratta di settori - viene sottolineato nel rapporto dell'Enea - caratterizzati da forti tassi di innovazione.
IL RISPARMIO ENERGETICO
L'altra importante leva identificata dall'Unione europea, in grado di conciliare difesa ambientale e sicurezza degli approvvigionamenti, è il risparmio energetico, che è stato oggetto di una serie di direttive: da quella del 2002 sulle prestazioni energetiche nell'edilizia a quella del 2004 sulla cogenerazione, del 2005 sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti che consumano energia fino al Libro Verde ("fare di più con meno") sempre del 2005 che riassume le politiche europee per ridurre i consumi di elettricità, gas ed energia primaria e, in fase di approvazione, alla direttiva sugli usi finali.
Su quest'ultimo fronte, l'Italia può vantare un primato innovativo, quello di aver promosso per prima il mercato dei "certificati bianchi", i titoli di efficienza energetica che certificano i risparmi negli usi finali conseguiti dai distributori di energia elettrica e gas con più di 100mila clienti e dalle società di servizi energetici (Esco).
Nel corso del 2005 sono state valutate dall'Autorità circa un migliaio di richieste e certificati risparmi per oltre 280mila tep (tonnellate equivalenti di petrolio) superando ampiamente l'obiettivo assegnato di 156mila tep. Un grande sprecone è poi il settore terziario (commercio, credito, pubblica amministrazione), che dal 2000 ha fatto registrare i tassi di crescita più alti. Per il nostro Paese il risparmio energetico è quindi una voce strategica, sia per gli impatti diretti sulle bollette degli utenti e sulla bilancia dei pagamenti, sia per quelli ambientali: se non si migliora per l'Italia potrebbe diventare molto oneroso rispettare il protocollo di Kyoto.
A questo punto la leva normativa, doverosa e necessaria, potrebbe non essere sufficiente. Occorre il coinvolgimento di tutti i soggetti, pubblici e privati, per promuovere il risparmio e informare sulle tecnologie a disposizione.
LA FOTOGRAFIA DELL'AUTORITA' PER L'ENERGIA ELETTRICA E IL GAS
Puntuale come sempre è stato presentato la scorsa estate il Rapporto annuale dell'Autorità dell'energia: sintesi dell'andamento del quadro energetico, internazionale e nazionale. Nello scenario europeo, come noto, si è acuita tutta una serie di criticità - a livello di infrastrutture, di apertura dei mercati, di coordinamento normativo - con l'aggiunta, come protagonista negativo, della volatilità dei prezzi del petrolio. E ogni dollaro di aumento del barile comporta per l'Europa una maggiorazione annuale dei costi di oltre 5 miliardi di dollari, un terzo dei quali si riflette nei settori dell'elettricità e del gas.
Per quanto riguarda l'Italia, che più ha risentito dei rialzi data la maggiore dipendenza dall'import di idrocarburi, la fotografia offerta dal Rapporto ha evidenziato non poche ombre, ma anche alcune luci. Il processo di liberalizzazione avviato da tempo nel settore elettrico ha iniziato a dare risultati significativi «in termini di maggior efficienza, di nuovi investimenti nell'attività di produzione, di nascita di nuovi operatori e di affermazione dei diritti dei clienti e dei consumatori». Risultati che però - è scritto nel Rapporto - sono stati oscurati dal forte incremento dei costi dei combustibili oltre che dal permanere di un'insufficiente concorrenza: a controllare i prezzi sul mercato all'ingrosso dell'elettricità sono sempre alcuni operatori dominanti (con Enel in testa), mentre nel gas è ancora più dominante la posizione di Eni.
Per quanto riguarda il settore del gas, il giudizio espresso dall'Autorità è di un quadro competitivo in progressivo peggioramento. Due le cause: l'inadeguatezza delle infrastrutture a far fronte alla domanda (cresciuta nel 2005 del 7,4%) e la posizione dominante di Eni sul mercato non solo degli approvvigionamenti ma anche della vendita finale.
Il consumo 2005 (circa 85 miliardi di metri cubi) è andato per il 40% alla generazione elettrica, mentre il restante 60% è stato diviso tra settore industriale, servizi e famiglie. La soluzione individuata dall'Autorità, e più volte segnalata a Governo e Parlamento, è sempre la stessa: quella della separazione non solo societaria ma anche proprietaria (come è avvenuto per Terna) tra rete e stoccaggio da una parte e commercializzazione dall'altra.

