Dal Mondo Economico
Sintesi tratta dall’articolo di Marialuisa Astesani per Espansione DAL MONDO ECONOMICO
in collaborazione con ESPANSIONE
MOBILITA’ POCO MOBILE
Questa indagine è la premessa a un vasto dossier sul mondo degli head hunter e ad una nuova rubrica che verranno pubblicate sul prossimo numero di AssitecaNews.
Gli spostamenti dei manager da un’azienda all’altra si sono in
continua discesa, per problemi economici e logistici. Quando si verificano,
sono spesso dovuti a fusioni o al trasferimento dell’impresa.
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Manager poco mobili (in %)
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settore
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sede
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| Nessun cambio |
54
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66
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| 1 cambio |
37
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24
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| 2 cambi |
5
|
8
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| oltre 2 cambi |
4
|
2
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| Ma con diversi passaggio di livello | ||
| Nessun passaggio | 3 | |
| da 1 a 2 passaggi | 27 | |
| da 3 a 4 passaggi | 38 | |
| da 5 a 6 passaggi | 23 | |
| 7 passaggi e oltre | 9 | |
| Perchè si cambia azienda (%) | ||
| Avanzamento di carriera promozione | 19,3 | |
| Crescita professionale | 46,8 | |
| Interesse per nuove mansioni/settori | 6,4 | |
| Maggiore remunerazione | 5,6 | |
| Ricera realizzazione di nuovi stimoli | 10,5 | |
| Chiusura azienda | 4,0 | |
| Altro | 1,6 | |
| Cosa occorre per crescere (%) | ||
| Lavorare e crescere nella medesima azienda | 31 | |
| Cambiare ambito operativo | 13 | |
| Cambiare Mansioni | 20 | |
| Cambiare azienda | 38 | |
| Cambiare sede | 19 | |
I manager? Poco mobili. Soprattutto in questi ultimi anni. A evidenziarlo è un'indagine, "Dinamica dell'iter professionale dei manager italiani", svolta in esclusiva per Espansione da Marketing Management srl, società fondata nel 1980, con sedi a Palermo e Milano, unico istituto di ricerche di mercato del Mezzogiorno certificato Iso 9000. Dallo studio emerge una certa stabilità del management e una criticità per i più giovani che, già dagli esordi, vivono un iter movimentato, con spostamenti di ruolo, di settore e anche di sede. Guardando i dati , sembrano emergere 2 profili: da un lato, coloro che basano la carriera sulla fedeltà all'azienda e sulla specializzazione di settore; dall'altro, coloro che fanno della mobilità la chiave della carriera.
«Non si tratta tanto di fedeltà», precisa Salvatore Limuti, amministratore delegato di Marketing Management, «ma di potere contrattuale. Ogni manager fa un'autovalutazione di sé: si considera quale prodotto da collocare sul mercato e si attribuisce un valore. Qualcuno ritiene che il valore maggiore sia dato positivamente dall'azienda dove ha sviluppato la propria attività per molti anni, attraverso la conoscenza dei processi aziendali, del settore merceologico in cui opera - cosa che gli rende possibile l'incremento contrattuale verso il datore di lavoro».
Ma chi resta nella stessa azienda,
non vi rimane magari perché non
ha avuto altre occasioni? «È anche possibile che abbia ricevuto
proposte e abbia rifiutato», risponde Limuti, «ritenendo che il
gioco non valesse la candela. La mobilità si è comunque ridotta.
Ce n'è una di costrizione, quando l'azienda chiude, si trasferisce,
si fonde, che obbliga ad andar via o a non continuare il percorso. Mentre invece,
se non si verificano questi casi, la precarietà attuale del mercato
italiano, l'insicurezza e i livelli retributivi non spingono le persone a muoversi.
Motivi pratici ce ne sono: per esempio, un manager che dopo 10-15 anni si è insediato
in un'azienda, in una città, ha fatto famiglia, ha comprato casa impegnandosi
con un mutuo, già con un trasferimento nella stessa città può dover
sopportare una logistica familiare che pesa, come maggiori spostamenti, per
la vicinanza/ distanza dalla scuola dei figli. Se poi cambia città,
c'è il dramma casa: da Torino a Milano, per l'abitazione si deve pagare
il doppio e non è detto che l'azienda dia una cifra che copra queste
necessità. Manca oggi il mercato, per pagare così bene i manager
che si spostano. Ma ci sono anche persone, soprattutto le più giovani,
libere da vincoli familiari, che preferiscono muoversi». Da un lato,
quindi, il potere contrattuale porta alla specializzazione interna; dall'altro,
i problemi logistici scoraggiano la mobilità. «Questo fenomeno»,
aggiunge Limuti, «s’è verificato negli ultimi anni, tanto
che esiste una stretta correlazione col fatto che ci siano pochi figli, perché è complesso
conciliare la famiglia con la carriera. Chi cambia azienda e pure città,
riponendo una grandissima aspettativa nel lavoro, vi destina ancora più tempo,
sottraendolo al tempo libero, alla palestra, alla famiglia.
Chi ha una buona
posizione, riesce ad avere una qualità della vita superiore e questo è diventato
l'imperativo numero 1. Oggi non ci sono più differenze tra chi si sposta
e chi no, i manager sono più livellati, ma sono anche legati più agli
obiettivi che ai sacrifici».
Guardando ai diversi settori, l'indagine
evidenzia che auto e tessile sono comparti che attingono manager
di altre provenienze, mentre personal care e finanza raramente.
Come mai? Dice Limuti: «Mentre in passato il processo di cambiamento
nell'auto era più lento, ora i modelli si bruciano più velocemente,
quindi non è più imperativo tenersi degli specializzati; si privilegiano
persone provenienti dal largo consumo come dei product manager per adeguarsi
ai trend, mentre nelle indagini di mercato o per l'advertising si può prendere
il responsabile di un istituto di ricerche o l'account di un'agenzia di pubblicità.».
Come si spiega comunque che il 66% dei manager intervistati non ha
mai cambiato azienda e il 54% neanche il settore? «Nel complesso
c'è scarsa mobilità perché c'è scarsa crescita.
La persona preferisce stare sul sicuro perché, nell'azienda dove ha
accumulato una certa esperienza, diventa più indispensabile: più rimane,
più gli si concentrano poteri ed esperienze. Tuttavia», avverte
Limuti, «da un'indagine realizzata in imprese dove è stato installato
il Sap, il sistema informativo di gestione aziendale, si è visto che
l'aumentata capacità di controllo rende più facilmente sostituibili
i manager. Se il processo di raccolta informazioni è veloce, i manager
sono meno detentori del sapere, quindi più sostituibili. Le tecnologie
del resto sono state concepite anche per ridurre personale: aumenta la capacità produttiva
e diminuiscono gli addetti». Sono ancora presenti molti dirigenti non
laureati, che hanno nell'esperienza il valore principale e anche questo,
secondo Limuti, spiega la scarsa mobilità: «Un uomo più di
esperienza che di cultura è meno trasferibile perché è meno
vendibile».
Quanto alla soddisfazione, contraltare della mobilità,
i giudizi dei dirigenti e dei quadri intervistati sono abbastanza positivi:
buona per il 54%, sufficiente per il 34%, mentre solo il 13% dà valutazioni
negative. «Non possiamo
dire che il manager italiano pur nella sua scarsa mobilità sia insofferente »,
commenta Limuti, «anzi, forse vorrebbe essere ancora più stabile:
la ricerca di nuovi stimoli pesa solo per il 10%, la crescita professionale è vissuta
quindi in termini d’incremento d’esperienza, più che come
capacità di apportare valore in un cambiamento. Questi sono invece gli
uomini che dovrebbero spingere cambiamento e innovazione in azienda. Negli
anni '50 e '60 le multinazionali impiantavano stabilimenti in Italia, dove
c'erano italiani disoccupati che costavano poco e c'erano i consumatori; oggi,
il costo manodopera è più elevato, ci sono solo consumatori e
si sono instaurati più distributori commerciali, i concessionari della
Mercedes e della Toyota, ma non i loro stabilimenti. Al contrario, le aziende
italiane che sono cresciute sono quelle che hanno delocalizzato e il nostro
sistema non incoraggia i cervelli».
Resta allora una domanda che la ricerca non ha sviscerato: quale effetto produrrà su
questo assetto l'incremento della turbolenza
internazionale nei prossimi anni?

