Dal Mondo Economico
in collaborazione con Espansione
Inchiesta Mercati:
LE NEW ENTRY DELLA UE, QUALI OPPORTUNITA' PER LE PMI ITALIANE?
Una politica orientata al mercato, una media di crescita
assolutamente superiore a quella dei 15: i nuovi stati UE rappresentano un
mercato di circa 140 milioni di consumatori attivi e un’opportunità attraente
per le aziende italiane.
Il Trattato del 16 aprile 2003 vede un allargamento
record dell’Unione
Europea: a nord-est Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovenia, Repubblica
Ceca, Slovacchia e Ungheria, mentre a sud Cipro e Malta, come un braccio
dell’Unione nel mar Mediterraneo
A 15 anni dalla caduta del Muro, 7
Paesi del vecchio blocco sovietico e la Slovenia entrano ufficialmente nella
UE, mettendo in moto una grande rivoluzione dei mercati europei e offrendo
alle imprese italiane (e non solo) un ulteriore sbocco produttivo e commerciale.
La vera partita Europa, per questi Paesi, si gioca sul fronte della competitività.
I
nuovi Stati membri sono Paesi con “sistema fiscale flessibile e
a bassa imposizione” orientati a incentivare gli investimenti stranieri.
Vale specificare che questi Paesi sono legati all’Italia da una convenzione
che prevede lo scambio
d’informazioni in materia fiscale e sono allineati
agli standard che l’Ocse ha indicato in materia.
I Paesi baltici e dei Balcani, in questi ultimi anni, di cambiamenti normativi ne hanno attuati tanti. La loro storia proviene da una cultura di ex Paesi satelliti dell’Unione Sovietica (o comunque comunisti come l’ex jugoslava Slovenia) o addirittura di ex repubbliche appartenenti all’Urss. Il processo della loro rapida evoluzione ha coinciso, in modo evidente, con il progressivo avvicinamento alla prassi della condivisione di criteri, norme e legislazioni comunitarie. Con una politica orientata al mercato, questi Stati, con una media di crescita assolutamente superiore a quella dei 15, rappresentano un mercato di circa 140 milioni di consumatori attivi, e un’opportunità attraente per le aziende italiane che intendono conquistare quei mercati.
UE ALLARGATA,UE MIGLIORATA?
Sintesi tratta dall’articolo di Daniele Ciravegna
(per
gentile concessione di Espansione)
Professore
ordinario di Economia politica presso la Facoltà di
Economiadell’Università di Torino; docente di Macroeconomia
e di Strategia economica presso la Scuola di Applicazione e Istituto
di Studi militari dell’Esercito italiano di Torino.
Presidente
della scuola di Amministrazione aziendale dell'Università di Torino.
L’entrata nell’Unione europea dei 10 nuovi Paesi
rappresenta per l’Europa l’allargamento più rilevante
a cui si è mai
assistito, sia in relazione alla popolazione, che aumenta del 20%,
passando da 381 e 455 milioni di abitanti, sia rispetto la superficie
territoriale. L’Unione europea (Ue) arriva così al 7,4% della
popolazione mondiale, contro il 4,7% degli USA, il 2,4% della Russia e il
2,1% del Giappone; a distanza ancora da Cina (20,9% della popolazione mondiale)
e India (16,8%).
Sul piano del reddito complessivamente prodotto, l’allargamento
ha effetti più contenuti, in quanto il prodotto interno lordo calcolato
a parità di potere d’acquisto registra un aumento del 9,2
%. Grazie a questo apporto, l’Ue diventa comunque la prima area mondiale
per dimensione produttiva: 21,2% del Pil mondiale, contro il 20,9
% degli Usa, il 13,1% della Cina, il 9,5% dell’India, il 6,9% del
Giappone e il 2,7% della Russia.
La maggior parte degli studi economici
prevede che l’allargamento
dell’Ue porterà benefici economici sia ai nuovi Stati membri
sia ai vecchi, per le opportunità d’integrazione commerciale
tra vecchi e nuovi membri.
Il processo d’integrazione industriale in
atto tra i nuovi Paesi membri e i Paesi Ue-15 permette di capire che in realtà molte
paure sorte all’inizio erano esagerate: l’investimento diretto
all’estero (Ide) dell’Ue-15 verso i Paesi dell’adesione è risultato
molto più benefico per l’Ue-15 che l’Ide in qualunque
altra area del mondo.
L’Ide nei Paesi dell’adesione negli ultimi
10 anni si è trasformato
molto. Inizialmente esso costituiva solo un investimento tendente
a sfruttare il minor costo del lavoro e a produrre beni di bassa qualità e
basso prezzo. L’Ide è stato accompagnato da un trasferimento
di tecnologie che ha permesso la diffusione degli standard di qualità e
quindi una possibilità di produzione congiunta nei Paesi Ue-15 e
nei Paesi dell’adesione. Il basso costo del lavoro nei Paesi dell’adesione
poteva essere sfruttato non solo per produrre beni di bassa qualità e
basso prezzo, ma anche per produrre componenti, ad alta intensità di
manodopera, di beni di alta qualità e alto prezzo che sono poi assemblati
e immessi sul mercato nei Paesi Ue-15. I margini sui prodotti d’alta
qualità sono più alti, significa che l’Ide offre un
contributo alla competitività e ai profitti delle aziende dei Paesi
Ue-15.
Questo processo d’integrazione e simbiosi dei processi produttivi,
grazie alla diffusione di tecnologie e standard comuni, è facilitato
dalla forte dotazione di capitale umano presente nella maggior parte
dei nuovi Paesi membri. In questi Paesi i livelli della percentuale
di popolazione adulta con almeno il diploma di istruzione superiore
sono in media più elevati
(81%) di quelli dell’Ue-15 (65%) e Repubblica Ceca, Estonia, Repubblica
Slovacca, Lituania si situano ai primi 4 posti nella classifica decrescente
di questo indicatore a livello di Ue-25, con percentuali pari al
doppio di quella italiana.
L’allargamento presenta forti potenzialità di
crescita in modo sinergico dell’economia e degli scambi intraeuropei
e piace a coloro che vedono l’Ue come istituzione atta a creare legami
produttivi e commerciali più forti e una crescita addizionale sia
per i nuovi Paesi membri sia, in modo più contenuto ma pur sempre
significativo, per i vecchi Paesi membri.
Sul piano dell’integrazione
politica, è possibile che l’allargamento
introduca un effetto di annacquamento, che faccia allargare la “sindrome
britannica”, e la bassa percentuale di votanti nelle elezioni di
giugno scorso avutasi in numerosi nuovi Paesi membri ne sarebbe già una
prova. In effetti diversi tra questi Paesi hanno avuto storie passate
che hanno impedito loro di maturare uno “spirito europeo” cosicché per
molti di essi l’adesione all’Ue è al momento più un “affare” che
un “ideale politico”.
Daniele Ciravegna
daniele.ciravegna@unito.it
Nell’agenda delle Pmi italiane, tra le priorità c’è sicuramente l’idea di internazionalizzare la loro attività (produttiva o commerciale) per crescere nell’Unione. Questa scelta spesso tende a compensare la perdita di competitività dovuta a molti elementi come i costi del lavoro, la fiscalità, i costi transitivi legati alle pesanti prassi burocratiche o altro. La delocalizzazione, dunque, può significare conquistare nuovi mercati con bassi costi produttivi e continuità logistica con il Mercato Unico.
Il “peso” delle new entry
Ma quanto pesano i sistemi fiscali flessibili o i costi di produzione nella
valutazione delle Pmi per attivare business targati Italia in quei Paesi?
Sono
questi i punti chiave di tali scelte. Eccone qualche esempio: il costo medio
orario del lavoro nell’Europa dei 15 è di 22,21 euro mentre
quello riferito alla Slovenia è di 8,98 euro e in Ungheria è di
3,83 euro. I numeri vantaggiosi si ripetono anche nell’analisi dei
sistemi fiscali di questi Paesi. I nuovi Stati aderenti a nord infatti attuano
un prelievo fiscale sulle imprese che in media è di 10/15 punti percentuali
in meno rispetto ai 15 Stati membri prima di quest’ultimo allargamento.
L’imposta sui redditi delle società, inoltre, prima della
distribuzione dei dividendi, in Polonia è del 19%, in Ungheria è del
16% (qui è in discussione un’ulteriore riduzione al 12%),
nella Repubblica Ceca è del 28%, in Slovenia è del 25%, in
Estonia è pari
allo 0%.
Paesi sì, paesi no
I due piccoli Paesi baltici, Lettonia e Lituania, con una aliquota fiscale
sui redditi delle società pari al 15% in ambo i casi, e la Slovacchia,
con una imposizione del 19%, sul piano fiscale, sono molto attraenti. Tuttavia
non presentano una p
articolare attrattiva per gli imprenditori italiani a
causa delle piccole dimensioni (in termini di popolazione), che non permettono
di collocarsi fra i mercati di sbocco per le imprese come ad esempio la Polonia.
Inoltre, secondo Eurostat (dati gennaio 2004), i tassia due cifre riguardo
alla disoccupazione di queste aree, non sono poi rassicuranti: il 16% in
Slovacchia, il 10,5% in Lettonia, l’11,7% in Lituania. E il basso costo
orario del lavoro di questi Stati, che si aggira tra i 2,5 e i 3,5 euro,
non risulta essere di molto inferiore agli altri nuovi Paesi membri.
Un altro
punto debole, che non va sottovalutato riguardo ai tre Stati in questione,
concerne lo scarso livello di competitività internazionale
e la bassa propensione agli interscambi internazionali, in particolare con
l’Italia.
Tornando agli altri 5 debuttanti (Polonia, Repubblica Ceca,
Ungheria, Estonia e Slovenia), è utile ricordare che questi Paesi
in breve tempo hanno riorganizzato l’amministrazione statale e le istituzioni
nazionali, completando già la transizione verso l’economia di
mercato, e oggi sono in grado di proporre un clima favorevole agli investimenti
esteri.
Gli aspetti fiscali
L’aspetto fiscale dei nuovi aderenti all’Unione è quello
che attrae maggiormente i business stranieri e italiani, ma oltre alla bassa
imposizione riguardo ai redditi delle società in loco non distribuiti,
cosa succede quando i dividendi vengono accreditati e rientrano in Italia?
Giovanni
Rolle, esperto di fiscalità internazionale e comunitaria,
spiega subito che “in caso di distribuzione di dividendi occorre fare
un distinguo e procedere su due canali: il primo riguarda uno scenario in
cui l’azionista o investitore italiano (di una impresa in quei Paesi)
sia una società di capitali, il secondo
PAESI
DELL’EST:
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sia invece una persona fisica. Nella prima ipotesi per i dividendi distribuiti
da una società (con
sede in quei Paesi) a una società italiana, non vi è alcuna
ulteriore imposizione nello Stato estero. Infatti dal 1 maggio 2004 trova
il semaforo verde e piena applicazione la direttiva (1990) sui dividendi
comunitari (fa eccezione l’Estonia, dove viene applicata un’imposta
del 26% soltanto al momento della distribuzione). Una volta in Italia, il
prelievo fiscale aggiuntivo ai dividendi percepiti è al massimo dell’1,65%”.
Quindi,
una società italiana apre una filiale in Ungheria, i redditi
della filiale saranno tassati al 16% in Ungheria e poi all’1,65% in
Italia (se distribuiti a società italiane) con un prelievo complessivo
di circa il 17,65%. “Se il soggetto che percepisce i dividendi è una
persona fisica tutto cambia. In questo caso vi è un ulteriore prelievo
nello Stato estero, ad esempio in Estonia del 15%, in Slovenia del 10%, in
Ungheria del 10%, nella Repubblica Ceca del 15% e in Polonia del 10%, mentre
la tassazione applicata in Italia nel momento del rientro dei dividendi va
dal 12,5% al 18% secondo l’entità della partecipazione detenuta”.
Gli accordi alla base dell’ingresso dei nuovi paesi
Se si analizza
il significato dell’adesione all’Unione Europea
sotto l’aspetto monetario e dell’adozione della moneta unica,
tutto sembra più articolato e per certi versi più complicato.
Staccare il biglietto per l’Europa per gli Stati aderenti ha significato,
come è noto, siglare degli accordi speciali.
Ma quali accordi sono
intercorsi tra l’Unione europea e i Paesi candidati,
oggi membri?
Nell’“atto di adesione” all’“Unione
economica e monetaria” i Paesi aderenti sono definiti “Stati
Membri con deroga”. Quindi mantengono la loro valuta interna, senza
una scadenza prefissata per attuare la famosa manovra del super cambio con
l’euro.
Si tratta di Stati esonerati dai diritti e dagli obblighi derivanti dal Sistema
Europeo di Banche Centrali, nonché dall’impegno dell’assunzione
della moneta unica, almeno fino a quando non saranno soddisfatti tutti i
requisiti richiesti dall’Unione. Ciò significa che questi Paesi,
prima di adottare la moneta comunitaria, possono valutare la convenienza
di tale scelta, alla luce dei riflessi che questa manovra potrebbe avere
sull’economia interna. Ma non solo, in teoria l’assunzione dell’euro
oggi precluderebbe l’opzione di effettuare eventuali svalutazioni della
propria divisa efar leva sulla debolezza della moneta nazionale nei confronti
dell'euro per favorire una maggiore competitività del Paese.
L’entrata
nell’area euro
Quando questi Paesi saranno pronti a entrare nell’area euro? Roberto
De Battistini, docente all’Università degli Studi di Torino
presso la Facoltà di Economia ed esperto in economia monetaria internazionale,
spiega che “per meglio rispondere alla domanda, Ë utile specificare
che oggi, ancor prima di agganciarsi allo Sme II per poi adottare l’euro,
gli Stati appena entrati in Europa hanno scelto di mantenere la loro valuta
con accordi personalizzati tra Stato e Unione.Per esempio, tra le scelte
più interessanti, quelladell’Estonia e della Lituania (con le
rispettive monete corona e litas) che hanno scelto un sistema di “currency
board”. Cioè un controllo del cambio con l’euro senza
oscillazioni o fisso, difeso dalle loro banche centrali. La Lettonia invece
ha adottato un controllo della propriamoneta (lat) ancorandola a una valuta
paniere, vale a direal “diritto speciale di prelievo”, che è la
valuta emessa dal Fondo Monetario Internazionale.
La Polonia fa fluttuare
liberamente la sua divisa (zloty). La Repubblica Ceca e la Slovacchia (in
ambo i casi si parla di corona) perseguono un sistema di fluttuazione del
cambio con l’euro controllato dalle relative Banche
Centrali che, se lo ritengono, possono intervenire e difendere la valuta.
Da
questi esempi emerge che ogni Paese ha fatto la scelta di campo che ha ritenuto
più adeguata alla propria economia. Comunque, i nuovi Stati
membri oggi sono molto occupati ad attuare i processi di adeguamento e a
mettersi in regola con i parametri di Maastricht. Quando il livello delle
riforme sarà ritenuto in linea con quello dettato dall’Europa,
questi potranno chiedere di entrare nell’area euro.
Ma la conditio è per tutti la stessa: solo dopo 2 anni di permanenza
della valuta nel Sistema monetario Sme II (con oscillazione max della valuta
del 15%) sarà possibile adottare l’euro all’interno del
Paese. Stabilire i tempi alla luce di quanto appena accennato non è facile,
comunque il Fondo Monetario Internazionale invita alla prudenza nell’adottare
in tempi brevi lo Sme II.

