Dal Mondo Economico
In collaborazione con Espansione
Sintesi tratta dall’articolo di Giovanni CentolaI costi sociali dei prodotti low cost
Sono quelli della globalizzazione che, nel far conto sulle produzioni decentrate nel mondo emergente, non sempre opera secondo principi morali. La catena delle complicità coinvolge le aziende dell'Occidente ricco e rischia persino di dare fiato ai movimenti no-global.
In discussione non è la tendenza in sé: al di là dei preconcetti e delle ideologie più estreme, non ce ne sarebbero i motivi. Perché una volta che si dà il benvenuto (e così non può essere) a buona parte dei fenomeni di globalizzazione e una volta che grossomodo si accettano le regole del capitalismo (che così come qualcuno ama ripetere non è un sistema perfetto ma è il migliore che ci sia), anche un’economia di mercato globale è da considerarsi un gioco a somma positiva. Per esempio si coinvolgono nella crescita anche le realtà più povere del mondo, ogni Paese si concentra sulle proprie vocazioni produttive e i consumatori beneficiano di prezzi più bassi. Naturalmente, come avviene per tutti i cambiamenti, almeno nel breve periodo qualcuno ne soffre. Ma a conti fatti il bene superiore collettivo è assicurato.
Lo "straniero" non è causa di tutti i mali
Organizzazioni umanitarie, movimenti d’opinione e organi d’informazione
denunciano da lungo tempo il fenomeno che vede la Cina, in quanto “opificio
del mondo”, al centro delle attenzioni. Per l’utilizzo della mano
d’opera, i capi d’accusa sono d’altra parte numerosi e comprovati:
orari estenuanti, supervisori aggressivi e pene corporee pur di aumentare la
produttività, lavoro forzato, impiego di minori a salari “di promozione”,
licenziamenti a vista, assenza di veri sindacati, locali malsani, nessuna copertura
in caso di incidenti, stanzoni in cui si addensano tutti insieme, a mo’ di
caserma, decine di operai. Né mancano le sciagure, come quelle frequentissime
nelle miniere o quelle non meno rovinose dovute agli incendi negli stabilimenti,
dai quali l’uscita può essere persino impedita (anni fa capitò anche
per un fornitore dell’italiana Artsana).
E si potrebbe continuare, anche con qualche cifra ufficiale: l’anno scorso
l’8% dei lavoratori delle pmi ha ricevuto lo stipendio “in regolare
ritardo” (una buona fetta non è stata addirittura mai pagata),
il 20% non beneficia di alcun contratto e altrettanti sono coloro che sul totale
della popolazione lavorativa non ricevono contributi previdenziali, solo il
5% delle donne ha diritto a un periodo di maternità.
Di questo e di altro ancora è senz’altro costituito il tessuto
produttivo cinese, sebbene non sia escluso che la retorica e la generalizzazione
possano fare aggio sulla realtà.
Innanzitutto bisogna dire che non tutti i fatti hanno la stessa gravità.
Alcuni, considerata la cultura del Paese e il suo stadio di sviluppo economico,
appaiono abbastanza fisiologici o comunque non particolarmente condannabili,
tanto più che si verificano ancora oggi, in misura non del tutto marginale,
nel mondo Ocse.
Va anche sottolineato che la domanda di lavoro supera sempre di gran lunga
l’offerta, e questo sposta ovviamente il potere contrattuale a favore
delle aziende. Tra l’altro, l’alternativa alle peggiori condizioni
di lavoro è spesso per i più l’ancora più difficile
sussistenza nelle campagne. Ed è alla luce di questa considerazione
- di divari da colmare tra entroterra e zone costiere, e quindi di crescita
economica da assicurare - che i poteri politici locali e nazionali accettano
anche i casi di abuso di mano d’opera (sulle inadempienze retributive
sono però oggi allo studio provvedimenti che prevedono persino il carcere).
Si tratta evidentemente di una scelta. Allo Stato fa oltretutto capo circa
un terzo dell’industria nazionale, che è spesso in perdita, e
in fatto di condizioni di lavoro questa non si può considerare un modello.
Intendiamoci, nulla di quanto sopra sgrava le aziende occidentali dalle loro
colpe.
Eppure, nel loro complesso, se da una parte sono alla fonte del boom manifatturiero
cinese (con tutte le implicazioni negative del caso), esse stanno gradualmente
anche un po’ elevandone lo standard. Ciò avviene se non altro
per effetto delle pressioni degli attivisti e dell’opinione pubblica
in patria, che i clienti corporate trasferiscono sull’industria locale.
Come detto nell’articolo principale, le certificazioni Sa8000 sono in
Cina ancora quantitativamente irrisorie, ma è per le attese delle aziende
estere che un centinaio di imprese di medie o grandi dimensioni hanno in questi
ultimi anni deciso di ottenerle.
In termini di evoluzione culturale il passo può rivelarsi significativo.
Che si riveli un’opportunità o una minaccia, per le singole imprese la realtà di un mondo fattosi villaggio è in ogni caso una sfida. In discussione, allora, può essere il modo, vale a dire le possibili deviazioni dal principio “sano” di un’economia globalizzata, che vede appunto come protagoniste le imprese. E queste deviazioni, nei casi estremi, possono anche essere quelle denunciate, in maniera più o meno legittima, da coloro - i perdenti - che vedono smantellarsi il proprio status quo (aziende attaccate da grandi ondate di concorrenza, interi settori messi in crisi, sindacati con forte perdita di potere contrattuale).
Le vere eccezioni
da opporre alla globalizzazione
riguardano il
valore aggiunto che si viene
a creare nelle terre lontane
dalle nostre. Come detto la
cosa è in sé positiva, ma le
remore sono spesso di ordine
morale, nel senso che
è più che mai i
mportante
che il new business sia ispirato
a principi etici e di cosiddetta corporate citizenship.
L’immagine che in tal
caso corre subito alla mente
è quella delle produzioni
nel mondo emergente, che
operano con una mano
d’opera mal pagata e peggio
ancora trattata, inquinando
l’aria e i fiumi, prima
di far pervenire i manufatti
nel ricco Occidente.
Un mercato che più o meno
ignaro, e comunque attratto
dai bassi prezzi, continua
a incrementarne la
domanda.
Dell’estensione dei fenomeni di bad practice, che coinvolgono molti Paesi e potenzialmente ampie fasce di popolazioni, non è dato sapere con precisione, ma si va sul sicuro affermando che essa è tutt’altro che marginale, il che porta inevitabilmente a una globalizzazione non sostenibile. Secondo più stime, per esempio, in Cina i morti per incidenti su lavoro sarebbero ogni giorno quasi 400. E le stesse considerazioni, a giudicare dai casi clamorosi di “incidenti” industriali, possono valere sul fronte ambientale. La questione diventa senz’altro più grave se tutto ciò si realizza con la connivenza del mondo ricco.
Che per le aziende non si tratti solo di onestà,
ma anche e soprattutto di principi morali,
è presto spiegato. L’onestà risponde infatti
principalmente alle leggi, e queste, in fatto di
lavoro e di ambiente, nei Paesi emergenti sono
di solito molto deboli. Facile quindi per le
imprese rispettarle e altrettanto facile, in caso
di violazione, entrare nel terreno delle consuetudini,
che delle leggi sono spesso un conveniente
succedaneo.
In tutti i casi, comunque, le aziende
che operano direttamente o si approvvigionano
senza troppo sottilizzare nei Paesi emergenti
possono darsi un comodo alibi morale nella
considerazione
secondo la quale offrire posti
di lavoro in loco è molto preferibile
dell’alternativa del non esserci affatto
(per popolazioni disperate, che richiedono lavoro
molto più di quanto ce ne sia in offerta,
misere retribuzioni per 12 ore 7 giorni alla settimana
sono pur sempre meglio che l’indigenza
assoluta).
Per le aziende occidentali possono poi valere
anche altri pretesti per l’indifferenza. Il primo
è ovviamente quello economico, che spinge a
scegliere determinate destinazioni d’affari sull’esclusiva
base dei costi (a parità di prodotto/produzioni), se mai enfatizzando la propria
azione sociale con i vantaggi trasferiti nei listini
ai consumatori, ma del tutto sottacendo il
modo in cui i prodotti in oggetto siano stati
realizzati. È opinione diffusa che questo sia il
tipico atteggiamento della grande distribuzione
al dettaglio, la prima pronta a suo tempo a cogliere
le opportunità del low cost globale e che
in fatto di produzione può addurre la scusante
dell’incompetenza.
E qui siamo a un secondo pretesto, che è l’ignoranza
più reale che presunta di chi, responsabile degli acquisti, dà legittimazione
commerciale
ai prodotti.
Sergio Valentini, direttore del Centro estero delle Camere di commercio lombarde e fresco autore del volume "Responsabilità sociale d'impresa e globalizzazione", giustamente sostiene
che, considerata l’intera supply chain internazionale
che c’è dietro ogni prodotto, la
tracciabilità dei relativi componenti («non tanto
per opacità etica, ma piuttosto per ragioni di
confidenzialità commerciale») sia molto difficile.
Il problema della tracciabilità esiste, come
anche è importante l’introduzione obbligatoria
delle etichette “made in”. E tuttavia le difficoltà
obiettive di trasparenza non significano impossibilità
a sapere. Il che porta ragionevolmente a
ritenere che in molti casi, nell’effettuare gli ordini,
le aziende taglino corto senza troppa voglia
di farsi domande.
Così non deve essere.

