Dal Mondo Economico
Pier Luigi Celli, Direttore Corporate Identity Unicredit
IMPRESA E CLASSI DIRIGENTI
In
passato direttore delle risorse umane all’Eni, poi direttore generale
Rai e ora direttore Corporate Identity di Unicredit. Per la prima volta, un
top manager prende carta e penna per denunciare le carenze che affliggono la
classe dirigente, senza trascurare imprenditori e politici,attraverso “Impresa
e classi dirigenti” (Baldini Castoldi Dalai), libro affilato e sobrio:
pensato con rigore, scritto con scioltezza.
Se da una parte Celli vede quale unica chance, per un sistema industriale così segnato da un deficit strutturale, il fattore umano, cioè la pertinenza di chi può e deve promuovere la trasformazione, dall’altra evidenzia come questo si riveli il terreno più scivoloso nella difficile transizione italiana. Quali ricchezze, quali innovazioni, quali expertise, quali progetti strategici le nostre élite sono in grado di esprimere? Pochi, pochini, risponde lui. Che a un certo punto, spazientito, scrive anche: «La decadenza si insedia là dove manca un’anima progettuale e le passioni non sono più strumenti civili di confronto, ma arnesi da combattimento, usati perlopiù impropriamente».
D.:Perché non si crea in Italia la “nuova” classe
dirigente?
R.:Banalmente, perché una classe dirigente
si forma solo sulla base dell’assunzione di responsabilità e di
rischio. Invece, oggi, tutti a invocare la governance... Come se il problema
fosse solo di certificare la correttezza delle procedure. Il problema, ora
come sempre, è saper
organizzare il nuovo. In modo coerente, efficace ed efficiente.
D.:Nel suo libro, lei descrive un mondo che agisce per funzioni
circoscritte. È proprio così?
R.:Sì.
E non solo: anche queste funzioni, per quanto limitate, sono quasi esaurite.
Se ci guardiamo attorno, cosa c’è di
nuovo? Non ci sono grandi storie, mancano le nuove narrazioni (e peraltro sono
venute meno le vecchie). Diciamo, senza particolare enfasi, che siamo immersi
in una fase di decadenza accelerata. Non dico inarrestabile, però certo
meritevole di un contrasto specifico, che invece non c’è. Provo
a caratterizzare meglio cosa intendo per responsabilità. Allora, il
fatto è questo: responsabilità significa rispondere di qualcosa
e sapere a chi si risponde. Al contrario, assistiamo quotidianamente a un esercizio
spicciolo del potere, dove non è affatto chiaro chi risponde a chi e
di che cosa. È per effetto di ciò che anche le famose garanzie,
fino ai conclamati comitati etici, rischiano di essere una sovrastruttura,
che quindi non incide realmente.
D.:Nota qualche altra tendenza?
R.:Sì,
una, macroscopica. Osservo un parallelismo, non incoraggiante, tra imprenditori
e politici. Entrambi dovrebbero avere come tratto costitutivo l’assunzione
di rischio. Che è vitale per chi
deve gestire e sviluppare l’impresa sul piano economico, ma non è meno
cruciale sul terreno della politica: la democrazia campa di riforme, su cui
eventualmente ci si gioca la rielezione. È un problema di General
Intellect perché, allo stato, non c’è una riforma - una - che sia
condivisa. Tutti preferiscono il piccolo cabotaggio.
D.:Qual è, a suo avviso, il sentimento prevalente
della cultura d’impresa in questo momento?
R.:Una grande
paura.
D.:Di cosa?
R.:Di vedersi travolti. Da economie
più forti e più organizzate,
più vivaci. È la paura che deriva dalla sensazione di non avere
una struttura di comando in grado di creare le condizioni per operare in modo
competitivo.
D.:Sta facendo una critica all’attuale Esecutivo di
centrodestra?
R.:Ma no. Magari il discorso fosse circoscrivibile
a questo o a quel Governo. Le mie sono valutazioni che prendono in esame il
sistema-mondo, in cui l’Italia soffre maggiormente perché le riforme
che andavano fatte non sono state fatte. E nemmeno ipotizzate.
D.:Faccia un esempio di riforma mancata...
R.:Quella
della P.A. Provi a creare un’impresa adesso... È ormai
un’avventura kafkiana, uno slalom su cui incombe l’ipoteca di procedure
e aggravi irragionevoli. Vorrei qui precisare una cosa: non è che la
burocrazia sia di per sé negativa. Il suo compito è standardizzare,
in alcuni momenti svolge persino una funzione progressiva. Ora però è proprio
un ostacolo, un peso morto.
D.:Corto respiro, assenza di pensiero strategico: lei non
cerca inutili parafrasi per denunciare i mali dell’economia italiana...
R.:Be’, è sotto
gli occhi di tutti. Il quadro di supporto è frammentato, quindi è realistica
solo l’ottica
del corto respiro. C’è qualcuno che sta facendo piani - vogliamo
esagerare? - a tre, quattro anni?
D.:Non pensa che questa sia l’inevitabile conseguenza
della finanziarizzazione dell’economia?
R.:Sì,
certo. Del resto, finanziarizzare significa indebitarsi. La finanziarizzazione è una
leva nei rapporti tra proprietà e
impresa: solo che aumentano le risorse personali della proprietà e scarseggiano
gli investimenti.
D.:Come si reagisce a questa situazione?
R.:Con
misure strutturali. Racconto la più recente
sfida di Unicredito - la mia società - perché ha un valore emblematico.
Allora, noi cosa diciamo? «Cari signori, vi facciamo credito a medio
e a lungo termine, purché voi ricapitalizziate l’impresa, purché voi
reinvestiate». È una logica, forte, per rilanciare l’industria
su dimensioni più competitive. Investire significa aumentare la taglia
dell’impresa, avere più disponibilità per la ricerca e
per l’innovazione. L’idea di fondo sarebbe quella di riuscire ad
avviare un capitalismo di mercato anziché continuare con quello assistito.
Che purtroppo ha una lunga tradizione in Italia. La Fiat non è mai stata
statalizzata, ma di fatto è sempre stata salvata come una sorta di “patrimonio
nazionale”. Il nostro è un capitalismo spurio, con tutti i difetti
del pubblico e del privato.
D.:In definitiva, perché la classe dirigente è così mediocre?
R.:Difficile
rispondere. Anni e anni di esaurimento, anche delle componenti etico-sociali,
hanno sospinto al declino il concetto di interesse generale, peraltro già più contenuto
in rapporto ad altri Paesi europei. Noi abbiamo una storia politico-imprenditoriale
più scadente
rispetto a Francia, Regno Unito, e altri Paesi. Loro hanno avuto la rivoluzione
industriale al momento giusto, hanno organizzato lo Stato-nazione e via dicendo.
Comunque, nel nostro dopoguerra si era creata una classe dirigente, crollata
poi con Tangentopoli. Forse occorrerà un altro “anno zero” prima
che si selezioni e consolidi un processo dirigenziale nuovo.

