Dal Mondo Economico
Speciale inchiesta mercato del lavoro
In collaborazione con Espansione
Sintesi tratta dall’articolo di Marialuisa Astesani
A colloquio con i cacciatori di teste
È il momento clou, sia
per il candidato, che si
gioca la carriera, sia per
l'azienda, che va incontro
a costi, non solo monetari.
Trasparenza, cioè segnalazione
aperta dei propri punti di forza,
ma anche dei propri limiti e
delle
indisponibilità. Concretezza nell'esposizione
dei risultati conseguiti. In
ogni caso, nessuna menzogna, mai. In
altre parole, essere se stessi.
Sono queste le indicazioni che vengono
dagli head hunter, i "cacciatori di
teste", quando si parla di interviste per
la selezione di manager. Momento delicato quello del colloquio,
sia per il candidato che mette in
gioco se stesso sia per l'azienda che
deve trovare la persona capace di inserirsi
nell'organizzazione. Momento
anche costoso, perché con una scelta
sbagliata ci si può rovinare la carriera
e perché il prezzo che una società deve
pagare per un inserimento errato
può arrivare sino a 20 annualità di stipendio. Secondo
Renato Boniardi, partner di Gea
consulenti associati, che ha realizzato
un'indagine su qualità delle risorse e
criticità, non si tratta soltanto di valutare
i costi più espliciti, come le mensilità
dovute o il fee per l'head hunter,
«ma anche di identificare i costi nascosti:
il tempo dedicato all'interno
alla selezione, quello per il training o
per raggiungere il feeling, la turbolenza
creatasi che magari ha fatto allontanare collaboratori ad alto potenziale,
ha fatto perdere vendite e clienti o
aumentare i costi - cifre spesso non
quantificabili. Ma pure per un manager
sbagliare, soprattutto in certe fasce
d'età - penso ai cinquantenni - è pericoloso». Il colloquio è quindi
il momento
nel quale si deve ridurre al massimo
questa possibilità di rischio.
Qual è la caratteristica che colpisce
immediatamente un head hunter
nella selezione di un candidato? «L'impatto personale»,
dice subito Alberto Amaglio,
amministratore delegato Korn/Ferry International, «cioè un
insieme di vari elementi: la sicurezza, rispetto a nervosismo o tensione,
la capacità di sintesi a fronte di
un eccesso di dettagli non richiesti, la
valutazione dei propri limiti e del potenziale
rispetto a un eccesso di self
marketing».
Secondo Giuseppe Cristoferi,
presidente e fondatore di Elan
international, «è l'approccio aperto,
cioè la disponibilità al dialogo, a quella
collaborazione che si deve instaurare
tra due personalità che non sono in
conflitto, perché entrambe devono capire
se la posizione proposta è idonea.
E questa caratteristica a non erigere
barriere si nota subito o si rileva nel
primo quarto d'ora».
Anche per Gianluca Gioia, consulente
senior Mcs, società specializzata
nella selezione del middle management,
è l'atteggiamento del candidato
ciò che colpisce immediatamente:
«Valuto la trasparenza delle cose che
vengono dette, cioè cerco di capire se
la persona che ho davanti sta raccontando
oggettivamente la sua esperienza
o se sta
cercando di
proporsi con
un’eccessiva
spinta sulla
vendita della
propria persona». Bada
invece pure ad aspetti esteriori Girolamo
Frisina, amministratore delegato
di Orga: «Presto attenzione alla
puntualità e all'abbigliamento scelto -
a volte vedo arrivare candidati vestiti
come se dovessero andare a una festa
nuziale o a un funerale. Il candidato
deve trasmettere una sensazione di sicurezza:
il colloquio è certo un momento
di stress, ma la persona non
può mostrarsi eccessivamente insicura
o, viceversa, troppo sicura».
Più in dettaglio, da cosa
viene colpito
un head hunter guardando un
curriculum o nel corso del colloquio? «Per come lavoriamo, su profili
di primo riporto e con certe seniority»,
riassume Nicola Gavazzi, amministratore
delegato Egon Zehnder International spa, «è raro che si incontrino
persone ignote: vediamo candidati
in funzione di un curriculum,
perché le conosciamo o perché ci vengono
segnalate da qualcuno che ce ne
parla bene. Dal curriculum e dall'intervista
cerchiamo le evidenze di risultati concreti ottenuti. In un mondo
dove conta di più l'apparire, noi vogliamo
il fare: cosa è stato fatto, chi
l'ha fatto, in quali condizioni, con
quali esiti, e così via. Privilegiamo carriere
stabili, di coloro che stanno 4-5
anni in azienda.
Chi cambia posizione
ogni 2 anni fa suonare un campanello
d'allarme: alle qualità di bravura,
di intelligenza, di voglia di fare, deve
accompagnarsi un certo equilibrio.
Noi cerchiamo intelligenza emozionale
e sociale: non basta un 110 e lode
in ingegneria o in finanza, occorrono
capacità di stare in team, di saper aiutare,
guidare, grande flessibilità e
adattamento all'ambiente. Il nostro
modo di valutare si basa su un sistema:
le performance passate sono il miglior
strumento predittivo per il futuro: se
una persona si è comportata in un certo
modo nel passato, ci sono buone
probabilità che faccia altrettanto in seguito.
Un manager oggi deve essere rapido,
flessibile, veloce, quasi imprenditoriale,
deve sapersi anche arrangiare,
non "all'italiana", ma rimboccandosi le
maniche e dandosi obiettivi seri, sapendoli
portare avanti in situazioni difficili.
Occorre anche che sia abituato a
contesti internazionali, che non vuol
dire solo parlare le lingue, ma saper lavorare
con persone di culture diverse,
in contesti dove non ci sono capi unici
o con collaboratori che riportano a sé
ma anche a un altro. Oggi poi si chiede,
anche per le funzioni di staff, di capire
il business, cioè di avere anche nelle risorse
umane un direttore che capisca in
quale ambito si muove l'azienda, in
quale mercato, con quali competitor,
per dare un supporto anche dal proprio
punto di vista».
Per Cristoferi, nel curriculum conta
«l'enfasi che si dà o che si nega a certi
fatti e la chiarezza espositiva: non è importante
che le esperienze di lavoro
vengano indicate a ritroso o in ordine
cronologico, importante è che siano
descritti gli obiettivi raggiunti, anche
numerici, o le dimensioni della propria
responsabilità: avevo questo budget,
guidavo tot uomini, e così via».
Nel colloquio rileva la capacità di
ascolto perché, dice, «è abbastanza
rara; invece è importante comprendere
il senso delle domande e anche i
commenti. Insomma, to get the
wind, come dicono gli inglesi. A
volte invece si incontrano manager
che non riescono a capire quando
non è il caso di insistere o recepiscono
solo quello che vogliono sentirsi
dire».
Gioia non ama i format standardizzati:
«Il curriculum rispecchia
ciò che è la persona, è la prima foto
del candidato e non può essere
preformato, ma personalizzato. Dal
curriculum capisco se una persona
ha una mentalità analitica o se è un
laureato in lettere. Conta la chiarezza,
mentre è negativo se fornisce
troppe informazioni. ».
Attenzione anche ai cambiamenti d'azienda. «Se i passaggi di responsabilità denotano una crescita», sostiene Frisina, «ciò depone a favore del candidato. Ma se il curriculum evidenzia troppi passaggi in orizzontale, approfondisco le ragioni». Insomma, rispetto alla ricerca del manager ideale per rispondere al profilo richiesto contano sì le conoscenze, il know how, le competenze, cioè la capacità di leadership, di programmazione, e così via e i valori, ma sembra esserci un quid in più, «una sensibilità chimica», come dice Cristoferi, «che porta a selezionare alcuni piuttosto che altri. Nel cercare quale tipologia umana e professionale si integri meglio in azienda occorre che questo fattore, intangibile ma spesso determinante, sia reso il più concreto possibile».

