Dal Mondo Economico

 

a cura di Giovanni Centola

Intervista a: Sergio Sassi, Presidente Emilceramica

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  • Con una produzione di circa 15 milioni di mq2 e un fatturato consolidato 2004 prossimo ai 180 milioni di euro (+3% sul 2003), Emilceramica č in Italia l'ottavo player del settore piastrelle. All'azienda, con sede a Fiorano, in pieno distretto modenese-reggiano di settore, fanno capo 4 stabilimenti e una serie di partecipazioni produttive e commerciali, tra Italia e Stati Uniti. Imminente al via č invece una joint-venture in Ucraina. L'export dall'Italia incide sul fatturato per il 65%, contro una media della produzione italiana pari al 72%.
  • Oltre all'omonimo marchio di fascia medio-alta (grossomodo 12 euro di vendita ex factory al mq2), che contribuisce alla metā dei ricavi complessivi, Emilceramica č attiva nella fascia media del mercato con Acif (9-9,5 euro) e in quella alta con Provenza (16 euro). Da segnalare anche il marchio Dedra, oggetto di una sorta di terzismo di lusso per il mercato statunitense, distributivamente curato dal partner locale Daltile. Inoltre č di pertinenza di Emilceramica l'attivitā mineraria Caulino Panciera, che ha un fatturato di circa 10 milioni.
  • L'azienda č stata fondata nel 1961 dai capostipiti delle famiglie Sassi, Pioli e Braglia. In termini di crescita, Emilceramica ha vissuto due momenti particolarmente felici: il primo a seguito dell'introduzione della monocottura agli inizi degli anni Settanta; e il secondo in piena crisi di settore 10 anni dopo, quando il produttore, giā con buon nome e know-how nel prodotto rustico, su questo si č visto concentrare i favori crescenti del mercato italiano. Emilceramica resta ancora oggi una realtā "tri-famigliare", sebbene al suo interno siano operativi solo i Pioli e i Sassi. Sergio Sassi, l'intervistato di Assiteca, oltre a ricoprire in azienda la carica di vice-presidente e di amministratore delegato, č anche presidente di Assopiastrelle.


EMILCERAMICA, MADE IN ITALY NONOSTANTE

dr sassiDottor Sassi, negli ultimi anni la vostra crescita di fatturato è stata superiore alla media dei produttori italiani. A cosa dovete tale performance?
Se consideriamo che il marchio Emilceramica è rimasto grossomodo stabile, buona parte del merito va attribuito alla riuscita degli altri brand, tutti ben posizionati e commercialmente ben impostati.

La redditività dell’azienda si è mossa di pari passo?
No, perché abbiamo nel frattempo investito nella produzione di fascia alta, accusando quindi anche maggiori oneri. Spero che un giorno la redditività la recupereremo. Aggiungo però che in Italia eravamo abituati troppo bene. Basti pensare al fatto che agli inizi degli anni Ottanta noi produttori nazionali sfornavamo ben il 42% dell’output mondiale, mentre oggi l’incidenza del made in Italy è scesa all’11%.

Delocalizzare è così importante per le imprese italiane?
Lo è nelle fasce medie e medio-basse della produzione, a meno di non poter ancora contare qui in Italia su investimenti già ampiamente ammortati. E non si tratta, come si può pensare, solo di una questione di mano d’opera, che incide sui costi industriali per il 20%. Da noi è troppo elevata anche la spesa energetica, e questo a causa della mancata liberalizzazione del mercato. Metano ed energia elettrica incidono complessivamente sui costi per il 25% e, rispetto alla media dei nostri competitor internazionali, ci gravano per un 25% in più. In generale, tuttavia, all’espressione “delocalizzazione” ne preferisco altre.

Per esempio?
Parlerei piuttosto di dimensionamento internazionale, il che da parte delle aziende implica capacità di effettuare investimenti e una certa strutturazione.

emilceramiaLe piccole dimensioni sono quindi sempre più penalizzanti?
Nella pletora di pmi ancora operanti ce ne sono in realtà diverse con buoni bilanci e devo dire che da questi casi le mie convinzioni sono ogni volta felicemente smentite. Il merito dei risultati è da ricercarsi nell’attenzione quasi ossessiva ai costi e nella figura di imprenditori che riescono persino a fare il lavoro che altrimenti spetterebbe ai manager.

A che punto è in Italia la concentrazione dell’offerta?
Nelle piastrelle gran parte del processo di concentrazione si è realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta, mentre dopo è andato avanti molto più lentamente. Oggi comunque, dei circa 5 miliardi di euro che il settore fattura, l’80% è realizzato da appena 10-12 gruppi.

La concentrazione è molto forte anche a livello geografico?
Sì, solo il nostro distretto vale l’80% del totale, e a esso si può aggiungere il 10% di quello non lontano di Imola-Faenza.

foto turbinaIn Italia si soffre di sovrapproduzione?
Si è sofferto molto fino a 3-4 anni fa, se si considera che avevamo raggiunto il picco produttivo di 640 milioni di mq2. Oggi siamo scesi a 595, a fronte di un’inversione di tendenza che ritengo molto intelligente: da che infatti i produttori rincorrevano i volumi per cercare di abbattere i costi unitari, da un po’ di tempo si assiste a un fenomeno di terzismo tra concorrenti, nel senso che chi ha capacità produttiva inutilizzata la mette al servizio di altre aziende. Prevale insomma una logica cooperativa di settore, saggiamente improntata alla flessibilità.

Tornando alle delocalizzazioni, o se preferisce al dimensionamento internazionale, su cosa può contare il made in Italy per mantenere le proprie posizioni?
Senz’altro aiuta la focalizzazione sui segmenti di fascia superiore. E con essa danno una mano la creatività nel design, l’innovazione (tecnologica e non), la cultura ceramica e l’empiricità costruita nel tempo e che fa parte del know-how insostituibile di ognuno di noi. Tutti ingredienti che, alla prova dei fatti, rendono il settore delle piastrelle meno incline alle delocalizzazioni di molti altri.

Considerato che gli Stati Uniti sono il primo mercato dell’export italiano, ai produttori sta costando molto il mini-dollaro?
Sì, il dollaro a questi livelli è molto penalizzante e la leadership italiana nel mercato di importazione (35% di quota) viene erosa soprattutto dai brasiliani e dai messicani - ancor prima che dai cinesi. Peccato anche perché, a fronte di un’Europa stagnante oramai da anni, oltre ai Paesi dell’ex Unione Sovietica, gli Stati Uniti sono per noi italiani anche il mercato a crescita più elevata e con le migliori opportunità.

emiceramica prodottoChi può, come voi di Emilceramica, reagisce con il dimensionamento internazionale…
Sì, in Oklahoma già produciamo in joint-venture 8 milioni di mq2 ed è previsto il raddoppio. Mentre, traversie politiche permettendo, entro febbraio di quest’anno dovrebbe divenire operativo il nostro stabilimento, anch’esso in joint-venture, in Ucraina.

Come stanno evolvendo i gusti del mercato?
Dopo la grande stagione del rustico, e in piena trasversalità rispetto ad altri prodotti destinati alla casa, sia in Italia che all’estero cresce una domanda di tipo minimalista. In tal senso, per esempio, prevalgono le tinte sobrie, i formati grandi da rettificare e i materiali quali le resine e i cementi.

Come affrontate il rischio (tecnico) in azienda?
Abbiamo coperture assicurative molto ampie, delle quali si occupano a tempo pieno 2-3 persone.Facciamo in particolare attenzione al personale, e in questo caso coinvolgiamo nel lavoro alcuni responsabili di stabilimento. In un recente passato abbiamo avuto anche incendi di tipo doloso, con danni ingenti per la merce. Le assicurazioni ci hanno rimborsati e ci assicuriamo ancora, ma è evidente che il costo della copertura tende a crescere.

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