Dal Mondo Economico
Intervista a: Dott. Vittore Beretta - Presidente e Amministratore Delegato
- Con 333 milioni di fatturato 2004, il gruppo Beretta è la terza realtà italiana del settore salumi (la precedono il gruppo Veronesi e Italia Salumi). La forza del produttore con sede a Trezzo d’Adda (Milano) risiede soprattutto nel presidio del canale del libero servizio, nel quale è leader incontrastato dei salumi con una quota del 15% - quota alla quale si deve aggiungere un 4% circa di produzione per conto delle insegne distributive. Oltre che dell’omonimo marchio Beretta, il gruppo è titolare di Wuber (Wurstel + Beretta) e, nei piatti pronti freschi, della recente estensione Viva la Mamma Beretta. L’anno scorso il fatturato estero, realizzato per l’80% in Europa, è stato di circa 50 milioni.
- Il Salumificio Fratelli Beretta nasceva a Barzanò (Lecco) nel 1812, ma era solo dopo la prima guerra mondiale che usciva dalla sua fase puramente artigianale e dopo la seconda che entrava con determinazione in quella industriale. Il maggiore sviluppo si realizzava in realtà a partire dalla fine degli anni ’60, quando la famiglia Beretta decideva di puntare sulla nascente distribuzione a libero servizio. Nel ’76 lanciava Wuber e, dopo essere uscita del tutto dall’attività di macellazione, si trasformava da realtà generalista in “multi-specialistica”, acquisendo nel corso degli anni diversi produttori in aree Dop. Oggi il gruppo possiede 13 stabilimenti (compreso quello estero nel New Jersey), ognuno dei quali ha una propria specializzazione salumiera.
- Il gruppo mantiene ancora oggi una forte connotazione famigliare. Della famiglia Beretta è al 100% la proprietà, mentre a guidarla sono ben 8 discendenti di sesta generazione, oltre al presidente e amministratore delegato Vittore Beretta (di quinta). Ed è con Vittore Beretta, che è anche presidente di Assica, l’Associazione industriali carni, e vice-presidente di Federalimentare, che Assiteca realizza la seguente intervista.
BERETTA, tra mestiere e modernità
D.
Dottor Beretta, come definirebbe in sintesi il posizionamento dei vostri
prodotti sul mercato?
R. Diversamente dal resto dell’offerta,
arriviamo al consumatore soprattutto con un prodotto confezionato
(70% circa), il che è mettersi
in relazione alla nostra particolare forza nella grande distribuzione organizzata.
Nella quale a sua volta ci posizioniamo nella fascia medio-alta.
D.
E a quali ingredienti si deve il successo della formula Beretta?
R. Gli
elementi sono più d’uno. L’innovazione è per
noi molto importante, sia a livello di prodotto che di confezione, come è importante
una logistica ben calibrata, oserei dire perfetta, dalla produzione al punto
vendita. Naturalmente hanno il loro peso anche gli investimenti in comunicazione – tra
pubblicità e sponsorizzazioni arriviamo a un investito del 5-6% sul
fatturato – e il mestiere. In ogni famiglia di prodotto possiamo vantare
una specializzazione, essendo ciascuna tipologia di salume il frutto delle
persone e del posto giusto.
D. E’ quindi in una logica di specializzazione che dedicate
a ogni prodotto uno specifico stabilimento?
R. Da un lato vale senz’altro
il discorso industriale, del quale l’aspetto
della specializzazione fa parte; dall’altro, la logica è però quella
dell’uniformità igienico-sanitaria, con le maggiori garanzie di
sicurezza alimentare che ne conseguono.
D. In termini più generali, nel vostro sito affermate che due
punti di forza dell’azienda consistono nella conduzione famigliare
e nella continua scelta di investirvi. Può dare un ordine di grandezza
di questi investimenti?
R. Negli ultimi quattro anni abbiamo investito
120 milioni di euro, soprattutto rivolti all’area logistica, della
produzione e delle nuove tecnologie.
D. Prodotto in gran parte confezionato, enfasi industriale e sull’innovazione,
predilezione per il canale del libero servizio: è vero che puntate
anche sui salumi Dop, caratteristici del territorio, ma tutto questo non
rischia di togliere un po’ di poesia al prodotto?
R. So bene che
la poesia non c’è più. Ma bisogna scegliere.
E noi ci rivolgiamo a un consumatore moderno che, oltre a un buon prodotto,
vuole una buona confezione, garanzie di igiene e copertura distributiva. D’altra
parte la poesia può realizzarsi solo con l’acquisto dal salumiere,
che affetta un prodotto spesso del tutto anonimo.
D. Ed è il prodotto affettato e venduto al banco che fa la
differenza dei salumi, in termini di marketing, rispetto al resto dell’alimentare
confezionato?
R. Sì, dal momento che il 75% dei salumi venduti
in Italia lo sono sotto forma di affettato in presenza del cliente. Per certi
aspetti, quindi, si potrebbe dire che i produttori trattano un semilavorato,
che è il prodotto intero.
Dal che anche discende che il marketing risulta un po’ limitato.
D. Il marchio è importante nell’alimentare?
R. Lo è senz’altro,
in chiave di garanzia, tanto più se si
considera che si tratta di prodotti da ingerire. Ma questo non riduce il rilievo
sulle confezioni di tutte le necessarie informazioni relative all’alimento.
D. Come mai i salumi italiani passano per essere i migliori al mondo?
R. In
Italia la tecnica è più evoluta e anche i suini sono migliori,
visto che altrove sono quasi sempre allevati per farne solo carne. Tuttavia
all’estero l’ottima reputazione che abbiamo non ci mette di certo
al riparo dalla concorrenza locale.
D. Come sta andando il mercato, sia in Italia che all’estero?
R. Direi
che va bene. Sia in Italia che nel resto d’Europa e negli Usa
i consumi crescono – in particolare di cotto, crudo e bresaola – e
in più si stanno del tutto aprendo nuovi mercati: quello
russo e dell’Est europeo, quello messicano (grazie agli accordi di libero
scambio Nafta) e diversi dell’Estremo oriente, Cina inclusa.
D. Che dinamica stanno registrando i prezzi?
R. L’anno
scorso noi produttori avevamo accusato un rialzo dei costi della materia prima,
senza la possibilità di traslarli sui listini. Cosa che
però ci è stata resa possibile quest’anno.
D. Perché l’alimentare italiano resta molto debole nell’export?
R. Certamente
la piccola dimensione media delle aziende, con i conseguenti ridotti investimenti
commerciali, ne sono una causa. Un’altra è però rappresentata
dallo scarso sostegno promozionale da parte del settore pubblico. In Paesi
quali la Germania e soprattutto la Francia tale sostegno è molto forte
e retrodatato ad almeno diversi decenni. In più, mancano da noi le grandi
catene distributive con presenza anche all’estero, e in grado quindi
di favorire la diffusione internazionale del prodotto italiano. Ciò detto,
per quanto riguarda in particolare i salumi, forse ha storicamente anche giocato
il veto, fino a una quindicina di anni fa, all’export dei prodotti. E
questo per ragioni igienico-sanitarie, oramai del tutto superate.
D. Perché, nonostante il savoir-faire
settoriale riconosciuto anche all’estero, le dimensioni delle aziende
restano da noi molto ridotte?
R. La realtà delle numerosissime imprese neonate e che
però non
crescono fa parte dell’intero paesaggio industriale italiano - e l’alimentare
non fa in questo eccezione. Abbiamo fama e competenze riconosciute? Non cambia
nulla. Lo stesso avviene per esempio anche nell’abbigliamento. I nostri
grandi stilisti, apprezzati in tutto il mondo, altro non sono che dei grandi
artigiani.

